“5 giorni della Tradizione”

Località Maddalena, Casalfiumanese (Bologna)

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Venerdì 4 settembre

Ore 19:00 Santa Messa votiva “B.V. Maria Madre del Divin Pastore”

Sabato 5 settembre

Ore 9:00 Santa Messa

San Lorenzo Giustiniani

Domenica 6 settembre

Ore 11:00 Santa Messa

XV domenica dopo Pentecoste
Ore 21:30 Adorazione Eucaristica

Lunedì 7 settembre

Ore 9:00 Santa Messa di Requiem

Martedì 8 settembre

Ore 10:00 santa Messa

Festa della Natività della B.V.Maria

Fonte: http://circololiturgicopiovii.blogspot.it/2015/08/programma-liturgico-della-5-giorni-con.html

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Dalla conferenza di don Roberto Spataro a Verona: le considerazioni conclusive

Il 29 marzo 2014 don Roberto Spataro tenne a Verona la conferenza “La riscoperta della liturgia tradizionale dopo il Summorum Pontificum. Le ragioni per conoscere ed amare la messa tridentina“, organizzata dal CNSP in collaborazione con Una Voce Verona Sezione San Pietro Martire di Una Voce Italia. Seguì un intenso scambio di riflessioni con gli intervenuti, opportunamente trascritto, qualche tempo dopo, a cura di Una Voce Italia ed Una Voce Venetia, che pubblicarono il tutto nel n. 54-55 del loro Bollettino. Ringraziando Una Voce per averci concesso di pubblicare anche sul nostro sito la trascrizione delle sempreverdi considerazioni di don Spataro, ve le riproponiamo ora come utile lettura estiva.

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La Messa tridentina è in lingua antica

Spesso alla Messa tridentina viene mossa l’obiezione che è in lingua antica, quindi il cristiano non può partecipare in maniera attiva e diretta al rito. A questa obiezione che è ragionevole propongo una serie di considerazioni. La prima è questa. Per svolgere un rito sacro occorre una lingua sacra, questo è un dato pressoché universale testimoniato dalla storia delle religioni, dalla fenomenologia delle religioni. Quando i musulmani pregano, lo fanno con versetti del Corano, che sono in arabo classico che nessuno parla più, e così per altre lingue delle religioni orientali. Allora anche la santa Messa, affinché possa trasmettere la sacralità che le è insita, ha bisogno di una lingua sacra. Era questa la convinzione dei Padri conciliari che prudenzialmente, ragionevolmente, per motivi pastorali e teologici concessero l’introduzione delle lingue nazionali in alcune parti della santa Messa. Ma non prevedevano assolutamente che la lingua sacra scomparisse tout court dalla celebrazione della Messa.

La seconda considerazione che avanzo quando si discute di questi argomenti è la seguente. Che cosa bisogna comprendere? Nella santa Messa è un mistero che fa appello alla fede che si va svolgendo. Allora la comprensione non avviene attraverso le categorie razionali, o esclusivamente attraverso le categorie razionali che formulano concetti, e i concetti, siccome non possono svolazzare in modo etereo, si strutturano in parole di una lingua. Non è una comprensione razionale, ma una comprensione affidata alla fede, allora sono altri gli organi di comprensione del mistero, che non necessitano della lingua parlata ordinariamente.

Ecco, io propongo queste due considerazioni, la terza, che certamente è di minore valore, è la seguente. Basta munirsi di un messalino bilingue e dopo pochissime celebrazioni chiunque, anche chi non ha mai studiato la lingua latina, diventa familiare con l’Ordo Missae, ne comprende il significato e dunque anche quello scoglio della comprensione razionale delle parole viene superato.

La rinuncia alla via pulchritudinis nella liturgia

Personalmente condivido in pieno la riflessione sulla rinuncia alla via pulchritudinis nella liturgia: alcuni dicono che la Chiesa abbia rinunciato al bello per accontentarsi del funzionale, da qui una invadenza del funzionalismo all’interno della liturgia, dell’organizzazione liturgica. Inoltre la rottura nella trasmissione della fede, delle forme della fede attraverso le generazioni, è un pericolo denunciato non solo da noi, che a volte temiamo di essere un gruppo un po’ marginale, ma queste parole su una rottura nella trasmissione della fede sono proprio le parole di papa Francesco in un passaggio della Evangelii gaudium (n. 70). Vorrei riportare una mia impressione, un auspicio e una speranza.

Riferisco un episodio avvenuto circa dieci fa in un seminario. Si sono presentati al Rettore per chiedere di introdurre l’adorazione eucaristica quotidiana. Il Rettore ha risposto che ci avrebbe pensato e ne avrebbe parlato con gli altri formatori. In blocco gli altri formatori e gli altri professori hanno opposto un diniego, ritenendo questo atto di pietà obsoleto, e hanno minacciato le dimissioni se la richiesta fosse stata recepita. La richiesta dei seminaristi è stata recepita, i professori del seminario si sono dimessi in blocco, i seminaristi sono diventati tutti preti e fin’adesso sono dei bravi preti. Che cosa voglio dire con questo episodio? Che è anche una questione indubbiamente generazionale, perché chi ha vissuto gli eventi del Concilio, della riforma conciliare a volte spesso ha vissuto quella esperienza ecclesiale come un atto di rottura con la tradizione. Questa generazione di sacerdoti non riesce a comprendere queste nuove sensibilità, invece la generazione successiva che non è nata non è cresciuta in quella temperie culturale è tabula rasa, e dunque paradossalmente più disponibile e più sensibile.

Allora, se le minoranze creative sono operose, coraggiose, pazienti, serene, allegre, spesso rappresentate nel tessuto ecclesiale dalle generazioni più giovani, allora quello che noi chiamiamo tradizione ha un grande futuro.

Insegnamento della forma straordinaria nei seminari

Sulla applicazione della indicazione data dalla Istruzione Universae Ecclesiae al n. 21 – nei seminari, se le esigenze pastorali lo suggeriscono, si dovrà offrire la possibilità ai futuri sacerdoti di apprendere la forma extraordinaria del rito romano – credo che coloro che hanno la responsabilità della formazione nei seminari, più che il singolo vescovo in genere è una conferenza episcopale, recepiscano questa indicazione laddove c’è già un movimento di fedeli che chiede la celebrazione con la forma straordinaria, perché mi consta che ci sono seminari in numero non irrilevante persino consistente negli USA dove i seminaristi ricevono una formazione liturgica in utroque, proprio perché il movimento dei fedeli è più consistente.

Problemi nei nuovi libri liturgici scritti in pochi anni

Durante il Concilio i Padri hanno affrontato i temi della riforma liturgica e hanno indicato un tracciato in perfetta continuità con la tradizione e anche con il meglio del movimento liturgico vivo nella Chiesa già da cento anni prima della celebrazione del Concilio. Poi è stata affidata di fatto l’applicazione di quella mens – come spesso accade nella natura delle cose – a una commissione, il famoso Consilium, il cui segretario era mons. Bugnini. Ora ,è un dato oggettivo che in pochissimi anni sono stati prodotti nuovi libri liturgici che hanno toccato quasi tutta le vita sacramentale della Chiesa e hanno “sostituito” libri liturgici che si erano andati componendo in una tradizione ultramillenaria. In pochi anni, in dieci anni è stato operato ciò che la Chiesa aveva concepito e generato come nell’utero materno, per secoli e secoli. Qualcosa non poteva funzionare se si è fatto un lavoro del genere in pochi anni.

Il pontificato di papa Francesco

Questo Papa è devotissimo della Madonna ed è molto devoto di san Giuseppe, Patrono universale della Chiesa. Questi sono dei motivi che ci inducono ad apprezzare il pontificato di Francesco, e quando non capiamo alcune sue affermazioni, alcuni dei suoi gesti, davvero con molto umiltà dovremmo chiedere al Signore di aiutarci a comprendere. E quand’anche non comprendessimo, nonostante l’invocazione che abbiamo fatto al Signore, continuare ad amare il Papa e saper attendere. In realtà ci sono dei motivi soprannaturali che ci inducono alla speranza. Il primo atto del pontificato di Francesco è stato un atto di devozione mariana, compiuto con la semplicità e la profondità della pietà popolare, e poi ha scelto non a caso la solennità di san Giuseppe per dare inizio al suo ministero. Certamente ci sono delle novità rispetto al pontificato precedente, non le vogliano nascondere né dire a tutti i costi che non ci sono, tuttavia è sempre lo Spirito Santo che ispira anche questo Pontefice.

Pluralità di riti e Messa cattolica nel Novus ordo

La sospensione del canto dell’Alleluia nel Novus ordo è prevista nel tempo di Quaresima, mentre col Vetus ordo è anticipata alla domenica di Settuagesima. Certamente questi sono elementi che attestano la pluralità dei riti all’interno della Chiesa cattolica. Io sono vissuto sei anni a Gerusalemme, qualche volta assistevo ai riti delle chiese orientali e vivevo queste diversità, davvero la sinfonia della catholica. Problema molto serio è che alcuni, soprattutto della Fraternità San Pio X, hanno avanzato questa obiezione, se il Novus ordo abbia conservato l’essenziale della Messa cattolica. Senza esitazione rispondo certamente sì. La natura sacrificale della Messa cattolica è pienamente testimoniata sia nella costituzione Missale Romanum con la quale il sommo pontefice Paolo VI introdusse il nuovo rito, sia nel tessuto ecologico, sia anche nella ritualità. Indubbiamente il Vetus ordo accentua la natura sacrificale della santa Messa in modo più visibile, più tangibile, oso dire più godibile, più fruibile rispetto al Novusove l’accentuazione di altri elementi si è posta accanto a quella di sacrificio.

Su una dichiarazione attribuita a papa Francesco a proposito della Messa tridentina

L’espressione attribuita al Santo Padre che questa Messa tridentina è una moda che passerà è circolata su alcuni blog e sembrerebbe che sia stata proferita dal Santo Padre in un dialogo con i vescovi della Repubblica Ceca. Tra i vari mestiere che ho fatto, ho insegnato pure storia e così sono sempre molto cauto nel recepire ciò che viene comunicato da una fonte che poi andrebbe ancora verificata, e che a sua volta si è rifatta a un’altra fonte. Direi, in assenza di un dato certo, non ci preoccupiamo di questa notizia che è circolata. C’è comunque il dato, questo oggettivo, che nella archidiocesi di Buenos Aires con aArcivescovo il card. Bergoglio, la Messa con la forma straordinaria era celebrata.

Eliminare gli abusi liturgici

Penso che sia la Messa col Vetus ordo sia la Messa col Novus ordo, come accennato precedentemente, abbiano una teologia completa sulla santa Messa come sacrificio, in sé. Nella pratica la Messa tridentina non dà al sacerdote celebrante o ad altri operatori pastorali l’ansa per modificare i riti fino al punto da illanguidire o snaturare l’identità del senso sacrificale della santa Messa. Invece con la Messa Novus Ordo si affida alla ars celebrandi del sacerdote e alla collaborazione degli operatori liturgici un compito di animazione e di adattamento che a volte è infelice negli esiti al punto che l’aspetto sacrificale, quindi essenziale della Messa viene oscurato. Il problema quindi, secondo me, è più di un abuso che della Messa, del rito in sé. Nelle Messe celebrate col Novus ordo dal papa Benedetto XVI, quelle celebrate in comunità monastiche francesi, si percepisce subito l’atmosfera sacrale, il senso della presenza di Dio. E qui tocchiamo un punto dolente, perché non c’è autorità nella Chiesa che intervenga con energia, con misericordia ma con energia, per eliminare gli abusi liturgici. Dopo l’enciclicaEcclesia de Eucharistia in cui venivano denunciati gli abusi, dopo l’esortazione apostolica con la firma del papa Benedetto Sacramentum caritatis dove questo problema è stato richiamato, dopo una istruzione della Congregazione per il Culto Divino Redemptionis Sacramentum dove sono elencati uno per uno gli abusi e didatticamente distinti in abusi gravi e abusi più lievi, di fatto non c’è quasi nessun vescovo ordinario o superiore religioso in quanto ordinario che intervenga con energia per eliminare gli abusi liturgici. Il problema è che si ha timore per mille motivi di intervenire e restituire la liturgia alla sua purezza.

Il papa Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis esprime con i Padri conciliari l’auspicio che i fedeli siano messi in grado di rispondere all’ordinario della Messa in lingua latina, anche perché le occasioni di incontri internazionali si sono moltiplicate. A Gerusalemme, dove le assemblee liturgiche sono molto spesso composte, come in genere in Terrasanta, da persone di lingua madre diversa, la lingua latina è stata conservata in modo copioso nella liturgia. Sabato scorso i membri del Capitolo generale della mia congregazione, i Salesiani, si sono recati in visita all’Università Salesiana, quindi circa duecento salesiani provenienti da tutto il mondo. Abbiamo celebrato i vespri insieme, ed erano più o meno multilingue: la maggior parte dei testi nella lingua italiana, uno in spagnolo e un testo in lingua inglese. Si sentiva che l’assemblea, duecento capitolari e centocinquanta salesiani residenti all’università, si univano ora all’italiano ora allo spagnolo. Ma quando abbiamo cantato il Padre nostro in latino le mura vibravano perché trecentocinquanta uomini cantavano il Padre nostro nella stessa lingua. Allora com’è la situazione su questo punto? il fedele medio sa o non sa recitare in latino? Il fedele medio direi no, con delle significative eccezioni in alcune zone dell’Orbe cattolico. Sorprendentemente in Africa, la maggior parte dei fedeli dell’Africa francofona sono in grado di recitare l’Ave Maria, il Padre nostro, il Gloria, il Sanctus e quant’altro in lingua latina. Poi la Cina perché la riforma conciliare là non è giunta, e poi anche altre zone. A mano a mano che questo nuovo movimento liturgico si diffonde nella Chiesa, si diffonderà anche la conoscenza di queste preghiere.

Le esigenze di rinnovamento della Messa antica

È in atto una riflessione storica, sono avvenimenti vicinissimi, molte persone che sono state protagoniste di quegli avvenimenti sono ancora vive, la documentazione si va compulsando progressivamente, e quindi una risposta più esauriente, completa, argomentata alla domanda su che cosa non è andato bene, se c’erano già dei difetti nella prassi celebrativa del Vetus ordo, potrà essere data col tempo.

Intanto faccio alcune considerazioni. Nessuno ha mai chiesto ai fedeli prima della introduzione della riforma che cosa ne pensassero, oggi vanno di moda i sondaggi, i questionari, ma nel caso della riforma liturgica questo non c’è stato. Noi possiamo consultare tutti gli atti preparatori al Concilio Ecumenico Vaticano II, perché la commissione che papa Giovanni XXIII istituì per la preparazione del concilio (commissione ante preparatoria) chiese agli episcopati, alle università cattoliche, ai superiori degli ordini religiosi di esprimere dei vota, poi istituì la commissione preparatoria, insomma c’è una messe di documenti abbondantissima. Ci accorgiamo che si sentiva il bisogno di rinnovare la liturgia tradizionale, ma con una operazione di “maquillage”, una decisa introduzione del volgare nella parte didattica, ma non altro. Chi ha poi fatto prevalere l’idea di un rinnovamento molto radicale, qualcuno parla di una rivoluzione liturgica, alcuni  – oso dire in modo estremista di una iconoclastia -, certamente è stata una porzione esigua dell’episcopato centrosettentrionale dell’Europa, che ha chiesto la collaborazione dei famosi periti che erano teologi esponenti di una certa linea che approvava queste idee. Per un insieme di cause che gli storici stanno ancora discutendo, e che a me sembrano plausibili perché ci sono anche questi aspetti umani nelle vicende della Chiesa, questo episcopato aveva a disposizione mezzi finanziari, una fortissima presa sui media – ricordo l’ultimo il discorso di Benedetto XVI: c’è stato un concilio dei media. Una gran parte dell’episcopato durante il Concilio non era preparato, era quasi indifferente a certe problematiche e seguiva quello che certe minoranze creative proponevano. E quindi direi è stata una minoranza di teologi che ha imposto anziché un rinnovamento più graduale un’opera di riforma molto più radicale.

La Comunione sulla mano

In una liturgia di riti, di gesti, di segni, di simboli l’atto di ricevere la comunione in ginocchio direttamente sulla lingua senza la mediazione della mano del fedele esprime bene tutto quello che già sappiamo: è un dono immenso che ti viene fatto e che induce all’adorazione. Ora a me costa che la prassi di introduzione della ricezione del corpo e del sangue del Signore sulla mano sia stata una eccezione concessa dalla Santa Sede ad alcune conferenze episcopali e poi progressivamente quella che era una eccezione è diventata la prassi. Ultimamente anche la Conferenza episcopale polacca ha sottoposto questa richiesta che naturalmente è stata accettata. Quello che è nato come eccezione è diventata una prassi.

La mistica nei seminari

Si studia ancora la mistica nei seminari, il trattato ha ricevuto una nuova denominazione, quello che si chiamava ascetica e mistica adesso si chiama in genere teologia spirituale, ma i sussidi, i buoni manuali conservano i capitoli fondamentali per illustrare la vita mistica. Nel seminarista medio oggi, nel candidato al sacerdozio c’è una sete di vita spirituale che può giungere a volte fino all’aspirazione della vita mistica. Ne è prova il fatto che i classici della teologia spirituale continuano a essere stampati, letti e qualche volta anche assimilati. Se nessuno volesse più leggere l’Imitazione di Cristo o la Storia di un’anima o la Filotea non si stamperebbero più, invece grazie a Dio sono libri molto conosciuti. Purtroppo altri meno: per esempio,  L’anima di ogni apostolato che è un gioiello adesso è un libro impolverato nelle biblioteche, o anche Il combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli, senza il quale non avremmo il sorriso di san Francesco di Sales. Però altri testi importanti, che hanno fatto la storia della santità cristiana, sono ancora oggetto di diligente lettura.

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Terzo Pellegrinaggio all’Aurora dell’Assunta a Grottammare Alta, città di Papa Sisto V

Riceviamo dal Coetus fidelium “San Massimiliano Maria Kolbe” e volentieri pubblichiamo

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Anche quest’anno abbiamo il piacere di invitarti al 3° Pellegrinaggio all’aurora dell’Assunta il 15 Agosto, solennità della Santissima Madre di Dio Assunta in Cielo, si svolgerà la processione religiosa dalla Chiesa di Sant’Agostino alla Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista in Piazza Peretti nel Vecchio Incasato di Grottammare Alta dove sarà celebrata la Santa Messa Cantata nel venerabile rito romano antico, dal Rev.do Don Andrea Leonesi, disciplinata dal Motu Proprio Summorum Pontificum in Canto Gregoriano e con i canti tradizionali mariani.


Sabato 15 Agosto:
Inizio Processione Chiesa di Sant’Agostino dalle ore 5,15,
verso la Chiesa di San Giovanni dove sarà Celebrata la Santa Messa Solenne Chiesa ore 5,45.

Si ringrazia il Rev.mo Don Giorgio Carini Parroco di Grottammare Alta sempre pronto ad accoglierci e all’Amministrazione Comunale nella persona del Sindaco che ha dato il patrocinio per il Pellegrinaggio.

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Card. Burke: “La bellezza perenne della tradizionale forma dei riti liturgici della Chiesa latina”

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Omelia del cardinale Burke pronunciata sabato 25 ottobre 2014 durante la Santa Messa celebrata all’altare della Cattedra di San Pietro per i pellegrinaggi del popolo Summorum Pontificum.

Leggendo l’omelia pronunciata da Sua Eminenza Rev.ma il cardinale Burke, ringraziamo Iddio per i “grandi cardinali” (così definiti da Papa Benedetto nella sua lettera al delegato generale del pellegrinaggio) che celebrano “normalmente” la forma straordinaria del rito romano.

Preghiamo anche per Sua Eminenza, allontanato dalla Curia romana ad appena 66 anni e nominato Patrono del Sovrano Ordine di Malta, carica considerata puramente onorifica: possa egli continuare a rispondere con generosità ai numerosissimi inviti che gli vengono rivolti da tutto l’orbe per illustrare e confermare la perenne verità della nostra fede cattolica.

***

MISSA DE SANCTA MARIA IN SABBATO, SALVE SANCTA PARENS

COETUS INTERNATIONALIS PRO “SUMMORUM PONTIFICUM”

BASILICA SANCTI PETRI IN VATICANO

XXV OCTOBRIS MMXIV

Sir 24, 14-16

Lc 11, 27-28

 

Sia lodato Gesù Cristo!

Siete partiti dalle vostre case e dalla vostra attività ordinaria per venire in pellegrinaggio ad un luogo straordinario, la Sede di Pietro, ispirati dalla gratitudine al Signore per il dono più bello che ci dà nella Chiesa, qual è la Sacra Liturgia. È il Successore di San Pietro che ha la responsabilità di salvaguardare e promuovere questo dono per il gregge del Signore disperso in tutto il mondo. Ringraziate il Signore, in modo particolare, per la bellezza perenne della tradizionale forma dei riti liturgici della Chiesa latina, della “ricchezza della Liturgia Romana” che Papa Benedetto XVI, con la Lettera Apostolica “Summorum Pontificum”, data motu proprio il 7 luglio 2007, “ha reso più accessibile alla Chiesa universale”[1]. Con la Messa Pontificale, secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano, celebrata in questa magnifica basilica eretta sopra la tomba di San Pietro, il vostro pellegrinaggio raggiunge il suo culmine.

Facendo memoria di San Pietro e implorando la sua intercessione, onoriamo la particolare cura animarum dei suoi Successori, espressa nel modo più alto e pieno nella custodia e nella promozione della Sacra Liturgia. Così Papa Benedetto XVI nella Lettera Apostolica Summorum Pontificum ci ha ricordato:

I Sommi Pontifici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, «a lode e gloria del suo nome» ed «ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa»[2].

Nella stessa Lettera Apostolica Papa Benedetto XVI ha sottolineato, in modo particolare, l’eccezionale cura della Sacra Liturgia da parte dei Papi San Gregorio Magno, San Pio V e San Giovanni Paolo II. Per parte nostra, ricordiamo oggi il contributo, in continuità con questi grandi Pontefici, di Papa Benedetto XVI nella salvaguardia e nella promozione della Sacra Liturgia quale espressione più perfetta e più alta della nostra vita in Cristo nella Sua Santa Chiesa.

Celebriamo la Messa votiva di Santa Maria in sabbato, consci che la Madre di Dio sempre ci accompagna nel nostro pellegrinaggio. Con tanto amore materno la Madonna ci ha accompagnato fino a questo tempio sacro per mostrarci la natura straordinaria della nostra vita ordinaria perché è vissuta in Cristo per l’inabitazione dello Spirito Santo nelle nostre anime. Con amore materno ha voluto rispondere alla nostra devozione, conducendoci all’incontro del tutto straordinario con il Suo Figlio divino nella comunione con il Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. La Santa Comunione è il vero e insostituibile cibo del nostro pellegrinaggio terreno fino alla mèta della vita eterna alla presenza di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – , in comunione con gli angeli e tutti i santi. In ogni sacro pellegrinaggio scopriamo la nostra profonda identità quali pellegrini e anticipiamo il compimento del nostro pellegrinaggio al Banchetto Nuziale dell’Agnello[3].

Il Signore ha concesso che Sua Madre, come la Divina Sapienza lodata nel Libro del Siracide, dimori in ogni luogo sacro, unito a Gerusalemme, la “città che [il Signore] ama”[4], per servire “davanti a lui” dispensando le Sue molteplici grazie di verità e luce ai pellegrini[5]. In questo luogo santo, seguendo l’esempio della Madre di Dio e implorando la Sua intercessione, scopriamo di nuovo che la nostra vera “porzione” e “eredità” è il Signore vivo per noi nella Chiesa e che la nostra dimora permanente è “in mezzo a un popolo santo”, la dimora della piena assemblea dei santi[6].

In pellegrinaggio per celebrare il grande dono della Sacra Liturgia, comprendiamo sempre meglio il senso profondo delle parole del Signore nel Vangelo. Quando “una donna dalla folla” ascoltando il Suo insegnamento “alzò la voce” per lodare la Sua Madre, “il grembo che [Lo] ha portato e il seno che [Lo] ha allattato”, il Signore segnalava la vera fonte della beatitudine della Sua Madre, cioè, la Sua perfetta obbedienza alla Legge di Dio, per la quale era preparata ad essere la Sua Madre. Il Signore dichiarò: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”[7]. In questo nostro pellegrinaggio, la Madre di Dio ci invita ad imitare la Sua obbedienza, cosicché il Signore possa purificare i nostri cuori da ogni affetto disordinato che ci condurrebbe al peccato e alla morte e, allo stesso tempo, infiammare i nostri cuori con l’amore della Sua Legge che ci conduce alla vita virtuosa e alla vita eterna.

Pellegrini in compagnia della gran Madre di Dio, preghiamo, per la Sua intercessione, di ottenere la grazia di imitarLa, offrendo i nostri cuori totalmente a Cristo, specialmente con la nostra fedele partecipazione nella Sacra Liturgia, fonte della sapienza e della forza divina delle quali abbiamo bisogno per seguire Cristo con tutto il cuore. Ponendo il nostro cuore, unito al Cuore Immacolato di Maria, nel Sacratissimo Cuore di Gesù tramite il nostro culto a Dio Padre, offriamo a Dio l’amore puro e disinteressato con il quale Egli per primo ci ha amato. Riconosciamo la nostra vera “eredità” nel Cuore di Gesù e rimaniamo saldi lungo la via che ci conduce alla nostra dimora eterna “in mezzo a un popolo glorioso”[8], nella piena assemblea dei santi al Banchetto Nuziale dell’Agnello.

Leviamo adesso i nostri cuori, con il Cuore Immacolato di Maria, al glorioso trapassato Cuore di Gesù. Uniti nel Cuore di Gesù, uniamoci con Lui nel Sacrificio Eucaristico che ora Egli offre. Istruiti alla Scuola di Maria, nostra Madre, offriamo con Cristo la nostra vita totalmente a Dio Padre con amore puro e disinteressato. Preghiamo che, tramite il nostro odierno pellegrinaggio, la Madonna ci aiuti a rispondere ogni giorno di nuovo all’invito di Gesù di dare sempre a Lui il nostro cuore e di arrivare, con Lui, alla nostra eterna dimora in Cielo.

Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del cielo, abbi pietà di noi.

O Maria Immacolata, Madre della Grazia Divina, prega per noi.

San Pietro, Principe degli Apostoli, prega per noi.

Raymond Leo Card. BURKE

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[1]“Universae Ecclesiae … Romanae Liturgiae divitias reddiderunt propiores”. Pontificia Commissio Ecclesia Dei, Instructio Universae Ecclesiae, “Ad exsequendas Litteras Apostolicas Summorum Pontificum a S.S. Benedicto PP. XVI Motu Proprio datas”, 30 Aprilis 2011, Acta Apostolicae Sedis 103 (2011),  413, n. 1. Versione italiana: Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Istruzione sull’applicazione della Lettera Apostolica motu proprio data Summorum Pontificum di S.S. Benedetto PP. XVI  (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2011), p. 3, n. 1.

[2]“Summorum Pontificum cura ad hoc tempus usque semper fuit, ut Christi Ecclesia Divinae Maiestati cultum dignum offerret, «ad laudem et gloriam nominis Sui» et «ad utilitatem totius Ecclesiae Suae sanctae». Benedictus PP. XVI, Epistula Summorum Pontificum, “De usu extraordinario  antiquae formae Ritus Romani”, 7 Iulii 2007, Acta Apostolicae Sedis 99 (2007), 777. Versione italiana: Benedetto XVI, Lettera Apostolica «Motu Proprio data» Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970 (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2007), p. 3.

[3]Cf. Ap 19, 7.

[4]Sir 24, 11.

[5]Sir 24, 14-15.

[6]Sir 24, 16.

[7]Lc 11, 27-28.

[8]Sir 24, 16.

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Le preghiere del popolo Summorum Pontificum per don Ivan Grigis

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Il CNSP ha appreso con molta tristezza dell’aggressione, perpetrata mercoledì 22 luglio, nei confronti di Don Ivan Grigis, Parroco di San Lorenzo in Damaso, la chiesa dalla quale il prossimo 24 ottobre partirà la processione verso San Pietro, dopo l’adorazione eucaristica, in occasione del Pellegrinaggio Internazionale a Roma del Populus Summorum Pontificum, come è già stato in occasione del Pellegrinaggio dell’anno scorso.

Ringraziando il Signore per aver salvato la vita di questo buon sacerdote, che fortunatamente ha riportato solo ferite non letali, il Coordinamento chiede a tutti i fedeli di unirsi nella preghiera per il pieno recupero della sua salute e per la conversione e la pace del suo aggressore.

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A TUTTI I PELLEGRINI DEL POPOLO SUMMORUM PONTIFICUM!

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Cari Amici Pellegrini,

come sapete, il prossimo

IV Pellegrinaggio del Popolo Summorum Pontificum

(Roma, 22-25 ottobre 2015)

coinciderà con le giornate conclusive del Sinodo Ordinario 2015. Sarà dunque ben più difficile del solito trovare sistemazione presso le strutture religiose di Roma, che sono sin d’ora già quasi completamente prenotate.

Il CNSP è però in grado di proporVi una

eccezionale possibilità di alloggio,

presso

l’ISTITUTO  RELIGIOSO MONTE TABOR

Via della Stazione Aurelia, 169

(a 300 metri dalla stazione, collegamento diretto con San Pietro – 1 fermata)

 

alle seguenti tariffe:

– Camera doppia: € 37,00 per persona al giorno in bed & breakfast;

– Camera tripla/quadrupla: € 37,00 per persona al giorno in bed & breakfast;

– Camera singola: € 47,00 per persona al giorno in bed & breakfast;

– Supplemento mezza pensione: € 15,00 per persona a pasto inclusa acqua in caraffa;

– Bambini in terzo/quarto letto se in camera con due adulti paganti: € 28,00 in bed & breakfast.

Pertanto, il costo per una famiglia di tre persone (papà, mamma e bimbo) in camera tripla è di € 37,00 x 2  +  € 28,00 = € 102,00 per camera al giorno.

Il costo per persona in camera doppia, per l’intera durata del pellegrinaggio (arrivo giovedì 22 ottobre, partenza domenica 25 ottobre – tre notti) con trattamento di bed & breakfast è di € 111,00; con trattamento di mezza pensione di € 156,00.

ATTENZIONE!

I posti sono limitati e le tariffe di cui sopra sono garantite solo fino al 30 luglio 2015. Oltre tale data, le camere saranno prenotabili solo secondo disponibilità, alla tariffa del momento.

AFFRETTATEVI A PRENOTARE PRESSO:

 AGENZIA NITORIN

via Giacomo Morigi, 75

29121 PIACENZA

tel. +39 0523/716510; email: nitorin@tin.it

 

 

 

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A DIECI GIORNI DAL PELLEGRINAGGIO A NORCIA…

 

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Sono passati ormai quasi dieci giorni dal pellegrinaggio nazionale a Norcia dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum “Sulle orme di Benedetto, e non vogliamo lasciarci travolgere dalla calura estiva – sembra che ne sia imminente una seconda ondata – senza metter nero su bianco qualche riflessione suggeritaci dalle giornate trascorse insieme ai Monaci benedettini, tra la Basilica di Norcia e l’Abbazia di S. Eutizio.

Per il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum, che ha promosso ed organizzato il pellegrinaggio, si è trattato di un impegno non da poco, assunto per la prima volta, ma con l’intenzione, condivisa dai carissimi Monaci, di replicarlo e di farne – a Dio piacendo – un appuntamento annuale fisso per i fedeli italiani che vivono la loro vita spirituale al ritmo della liturgia tradizionale.

Oggi, però, quando siamo immediatamente a ridosso della conclusione del pellegrinaggio, non è ancora tempo per i programmi futuri (anche se, in verità, ci stiamo già pensando), ma piuttosto per un primo bilancio.

Diciamo subito che, promuovendo il pellegrinaggio, ci auguravamo di riunire a Norcia fedeli provenienti da tutta Italia. Non siamo stati delusi: dalla Liguria alla Sicilia, dalla Calabria al Veneto, dal Lazio all’Emilia-Romagna, dalle Marche e dall’Abruzzo al Friuli-Venezia Giulia, tanti amici innamorati della S. Messa di sempre si sono fraternamente ritrovati in Umbria, hanno avuto modo di conoscersi e di stringere nuovi legami fraterni.

L’impegno, quindi, è trovare il modo per favorire sempre più la partecipazione dei fedeli: sicché nel 2016 il pellegrinaggio si rifarà, ma in una data probabilmente più comoda. Il modello, comunque, sarà sempre quello che abbiamo felicemente sperimentato quest’anno: due giornate di intensa spiritualità, uniti ai Monaci di Norcia, partecipando alla loro preghiera, godendo della loro guida e della profondità dei loro insegnamenti.

Proprio in questo coinvolgente incontro con la spiritualità benedettina è consistita la ricchezza del pellegrinaggio: un pellegrinaggio alimentato dalla preghiera liturgica (perché, come ha scritto P. Cassian Folsom, il monaco “respira l’aria della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente[1]), sostenuto dalla grazia dei sacramenti, corroborato dalla condivisione fraterna e fortificato anche dalla fatica del cammino tra prati e boschi, intervallati da antiche chiese adorne di affreschi straordinari. “Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica, mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via veritatis e la via pulchritudinis”[2].

Respirando questo clima di verità e bellezza, con la costante compagnia del canto gregoriano, i pellegrini del Summorum Pontificum sono stati particolarmente edificati dagli insegnamenti dei Monaci: dalle parole di padre Cassian, che nell’omelia pronunziata sabato all’Abbazia di S. Eutizio – dove padre Benedetto Nivakoff ha cantato la S. Messa votiva di S. Benedetto – ci ha fatto comprendere, sull’esempio del Santo di Norcia, che il pellegrinaggio è un segno del cammino che ciascuno è chiamato a percorrere per liberarsi dai vizi ed abbracciare compiutamente la virtù; dalle profonde riflessioni di padre Benedetto, che nel pomeriggio dello stesso sabato ci ha condotto a meditare sul reale significato della vocazione, e sul modo spiritualmente appropriato per discernerla; dalla nuova omelia, l’indomani, di padre Cassian, che ci ha dato una lettura illuminata ed illuminante della pericope evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci[3].

È dunque con il vivo desiderio di ritornare presto a Norcia che siamo tutti rientrati alle nostre case. Vi siamo giunti “rianimati, più pensosi e più consapevoli, invocando su di noi lo Spirito di Dio perché conservi a lungo negli animi nostri la luce e la commozione del grande dono che abbiamo ricevuto[4]. Ci fa piacere chiudere con queste parole la nostra breve cronaca del primo pellegrinaggio nazionale a Norcia dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum: sono parole pronunziate anch’esse in occasione di un pellegrinaggio, altrove, anni fa, del Cardinale Giacomo Biffi, che il Signore ha chiamato a Se l’11 luglio, giorno in cui la Chiesa celebra proprio una delle ricorrenze liturgiche di S. Benedetto[5].

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[1] P. Cassian Folsom OSB, Il rapporto tra monachesimo e liturgia, http://osbnorcia.org/wp-content/uploads/2015/06/SetteVolte.pdf.

[2] Insegnamenti di Benedetto XVI, I, 283-287, Roma, L.E.V., 2005.

[3] San Marco, 8, 1-9.

[4] Giacomo S.R.E. Card. Biffi, Omelia in occasione del pellegrinaggio diocesano alla Santa Sindone, 9 maggio 1998, http://chiesadibologna.it/omelia-discorso-giacomo-biffi-cardinale-arcivescovo-metropolita-emerito-1998-et-Sindone98.html.

[5] Si tratta della festa chiamata in Francia “la Saint-Benoît d’été”. Per documentarsi: Dom Gérard Calvet OSB, La Saint-Benoît d’été (11 juillet), in Itinéraires, n. 335, luglio-agosto 1989. La traduzione italiana si può trovare qui: http://romualdica.blogspot.it/2010/07/il-monaco-e-un-bambino-che-canta-e.html.

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LA SCOMPARSA DEL MARCHESE LUIGI CODA NUNZIANTE: IL CORDOGLIO DEL CNSP

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Ha terminato ieri il suo pellegrinaggio terreno il Marchese Luigi Coda Nunziante, un vero gentiluomo, esponente di spicco del mondo della tradizione e presidente dell’Associazione Famiglia Domani, tra i principali promotori e sostenitori della Marcia per la Vita.

Il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum, unendosi al diffuso e sincero cordoglio per la sua scomparsa, lo ricorda anche come convinto ed esemplare cultore della Liturgia tradizionale. Assiduo ed autorevole membro della nutrita comunità di fedeli che, sin dagli anni precedenti il Motu Proprio Summorum Pontificum, ha promosso la celebrazione della S. Messa di sempre nella chiesa dei Santi Nomi di Gesù e Maria in Roma, oggi officiata dai sacerdoti dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, solo poche settimane fa il Marchese Coda Nunziante non aveva voluto mancare al Te Deum presieduto da mons. Athanasius Schneider nella chiesa dei Santi Domenico e Sisto in Roma, a conclusione del IV Convegno sul Motu Proprio Summorum Pontificum. Egli ci lascia così una vibrante ed esemplare testimonianza di amore per la Chiesa e di instancabile perseveranza, fino all’ultimo, nell’azione e nella preghiera perché essa ottenga la grazia di una vera e duratura rinascita liturgica.

A tutti i familiari, e in particolare alla figlia Virginia, portavoce della Marcia per la Vita, il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum rivolge il proprio partecipe e commosso pensiero, assicurando fervide preghiere, con la sicura fiducia che il Marchese Coda Nunziante abbia oggi conseguito il premio dei giusti.

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Sulle orme di Benedetto

Si avvicina il Pellegrinaggio Nazionale dei Cœtus Fidelium del Summorum Pontificum a Norcia, da venerdì a domenica prossimi (3 – 5 luglio). Nelle scorse settimane abbiamo cercato di conoscere i Monaci di San Benedetto, che guideranno la nostra preghiera, per prepararci ad entrare nell’intenso clima spirituale che respireremo insieme a loro. Ora, nell’impaziente attesa del pellegrinaggio, e per invitare tutti a partecipare (anche chi non avesse ancora aderito: è sempre possibile farlo, anche all’ultimo momento!), ci rivogliamo ad un altro Benedetto – Benedetto XVI – che ha dedicato al Santo di Norcia più d’un importante intervento. Ve ne proponiamo, due, che risalgono ad alcuni anni fa, ma che sono ancora – e forse sempre più – attuali.

quadratino

Eccoli:

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 10 luglio 2005

 

Cari fratelli e sorelle!

Domani ricorre la festa di San Benedetto Abate, Patrono d’Europa, un Santo a me particolarmente caro, come si può intuire dalla scelta che ho fatto del suo nome. Nato a Norcia intorno al 480, Benedetto compì i primi studi a Roma ma, deluso dalla vita della città, si ritirò a Subiaco, dove rimase per circa tre anni in una grotta – il celebre “sacro speco” – dedicandosi interamente a Dio. A Subiaco, avvalendosi dei ruderi di una ciclopica villa dell’imperatore Nerone, egli, insieme ai suoi primi discepoli, costruì alcuni monasteri dando vita ad una comunità fraterna fondata sul primato dell’amore di Cristo, nella quale la preghiera e il lavoro si alternavano armonicamente a lode di Dio. Alcuni anni dopo, a Montecassino, diede forma compiuta a questo progetto, e lo mise per iscritto nella “Regola”, unica sua opera a noi pervenuta. Tra le ceneri dell’Impero Romano, Benedetto, cercando prima di tutto il Regno di Dio, gettò, forse senza neppure rendersene conto, il seme di una nuova civiltà che si sarebbe sviluppata, integrando i valori cristiani con l’eredità classica, da una parte, e le culture germanica e slava, dall’altra.

C’è un aspetto tipico della sua spiritualità, che quest’oggi vorrei particolarmente sottolineare. Benedetto non fondò un’istituzione monastica finalizzata principalmente all’evangelizzazione dei popoli barbari, come altri grandi monaci missionari dell’epoca, ma indicò ai suoi seguaci come scopo fondamentale, anzi unico, dell’esistenza la ricerca di Dio: “Quaerere Deum”. Egli sapeva, però, che quando il credente entra in relazione profonda con Dio non può accontentarsi di vivere in modo mediocre all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Si comprende, in questa luce, allora meglio l’espressione che Benedetto trasse da san Cipriano e che sintetizza nella sua Regola (IV, 21) il programma di vita dei monaci: “Nihil amori Christi praeponere“, “Niente anteporre all’amore di Cristo”. In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano e diventata una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali.

Modello sublime e perfetto di santità è Maria Santissima, che ha vissuto in costante e profonda comunione con Cristo. Invochiamo la sua intercessione, insieme a quella di san Benedetto, perché il Signore moltiplichi anche nella nostra epoca uomini e donne che, attraverso una fede illuminata, testimoniata nella vita, siano in questo nuovo millennio sale della terra e luce del mondo.

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 9 aprile 2008

Cari fratelli e sorelle, 

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (DialII, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

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“Summorum Pontificum Map”: una mappa delle messe antiche in Italia, progetto per l’ VIII anniversario del Motu Proprio

Progetto mappa del Summorum Pontificum nel 2015

Sancta Missa 9

A otto anni di distanza dalla promulgazione del Motu Proprio di Benedetto XVI (7-7-2007) ed in occasione del IV Convegno promosso dall’Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum; Messainlatino in collaborazione con il CNSP e Paix Liturgique si propone di raccogliere e aggiornare l’elenco delle S. Messe domenicali nella forma straordinaria del Rito Romano per poter mettere a disposizione una mappa google della diffusione nazionale del Summorum Pontificum stesso.

A questo fine invitiamo i fedeli laici e i sacerdoti a segnalare i dati relativi alla propria Messa (nome della chiesa, indirizzo, orario ed eventuale recapito telefonico o di posta elettronica di un responsabile) inviando una mail a lazio.cnsp@gmail.com

Per motivi di efficienza, procederemo con appelli per macro-aree (Centro, Nord, Sud e Isole) pubblicando di volta in volta un elenco dei risultati ottenuti.

Estote parati, dunque, perchè aiutarci in questo importante lavoro, già effettuato con successo in altri Paesi europei, vuol dire – in ultima analisi – aiutare le proprie comunità a crescere e a far maggiormente conoscere i tesori della bimillenaria Tradizione Cattolica.

CNSP – Paix Liturgique – Mil

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