A Toledo con il CNSP per il Corpus Domini!

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Cari Amici del Populus Summorum Pontificum,

il CNSP – Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum è lieto di proporvi un intenso viaggio spirituale, che ci permetterà di esprimere in un modo del tutto speciale la nostra fede eucaristica, partecipando ad una delle più importanti e coinvolgenti processioni del Corpus Domini fra le tantissime che si svolgono in tutta la cattolicità: la

processione del Corpus Domini a Toledo.

Con l’organizzazione dell’Agenzia Via Sacra di Roma, saremo in Spagna dal 25 al 27 maggio prossimi, secondo l’invitante programma che trovate a questo link.

Il giorno del Corpus Domini (26 maggio) è prevista, ovviamente, la celebrazione della S. Messa tradizionale.

Per usufruire del miglior trattamento economico, è necessario prenotare al più presto. I prezzi particolarmente convenienti propostici dall’Agenzia sono garantiti solo fino al 20 febbraio; successivamente, potranno subire variazioni in aumento.

Per informazioni, potete contattare l’Agenzia al tel.: 345/2898218 o all’indirizzo email: info@viasacra.it.

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Family Day: il Populus Summorum Pontificum dispiega l’arma più potente

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A coronamento della sua adesione al “Family Day” del prossimo 30 gennaio, il CNSP – Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum, memore dell’ammonimento evangelico “senza di me non potete far nulla” (Gv., 15,5), promuove la celebrazione di una S. Messa nella forma straordinaria del Rito Romano, che sarà offerta sabato 30 gennaio, alle h. 12 (subito prima dell’inizio della manifestazione), nella Basilica di S. Nicola in Carcere (via del Teatro Marcello, 46), a 500 metri dal Circo Massimo, secondo le intenzioni efficacemente espresse, sin dalle scorse settimane, dall’iniziativa “Un’ora di guardia”.

Il CNSP esorta calorosamente tutti i fedeli che accorreranno a Roma a difesa della famiglia e, così, della civiltà cristiana, a trovare nel Santo Sacrificio della Messa sostegno, sprone e conforto nella buona battaglia, e li invita nuovamente a riunirsi ai piedi dell’altare per impetrare da Colui che tutto può concedere, con l’intercessione di Colei che tutto può ottenere, che la nostra Patria sia preservata dalla minacciata offesa alla famiglia ed al mirabile disegno di Dio Creatore, che “maschio e femmina li creò” (Gen., 1, 27).

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FAMILY DAY: tutti a Roma!

 

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Il CNSP – Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum aderisce con convinzione al “Family Day” del prossimo 30 gennaio, ed invita tutti i fedeli del Populus Summorum Pontificum ad accorrere numerosi a Roma a difesa della famiglia e per opporsi strenuamente al ddl Cirinnà ed a qualunque altra ipotesi di riconoscimento delle cosiddette unioni civili.

Il CNSP esorta caldamente tutti i fedeli italiani che vivono la loro fede al ritmo della liturgia tradizionale, ad unirsi nella preghiera per supplicare Colui che tutto può concedere, con l’intercessione di Colei che tutto può ottenere, di illuminare e convertire i legislatori nazionali, e preservare la nostra Patria dalla minacciata offesa alla famiglia ed al mirabile disegno di Dio Creatore, che “maschio e femmina li creò” (Gen., 1, 27).

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L’ULTIMO REGALO DI NATALE

L’ULTIMO REGALO DI NATALE

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Cari Amici,

non vi è famiglia in cui qualcuno non resti un po’ in ritardo con la consegna dei regali di Natale: travolti dai mille impegni che si affastellano durante le feste di fine anno, ci può capitare di non riuscire a consegnare in tempo qualche pacchetto, specie se la consegna ci sembra meritevole di particolare, speciale attenzione.

È successo così anche al CNSP. Avevamo – abbiamo – in serbo un regalo che reputiamo prezioso, e, per non presentarlo ai destinatari (cioè agli Amici del Populus Summorum Pontificum) in modo affrettato, ci siamo attardati… fino ad oggi. Ma, finalmente, ci siamo riusciti.

Di che si tratta?

Vi sono tantissimi fra noi che, col progredire della frequentazione della liturgia tradizionale, avvertono l’esigenza di approfondirne sempre più le fonti e di comprenderne sempre meglio il linguaggio. La conoscenza della lingua latina – che in molti abbiamo appreso, con tutto il necessario corredo di insufficienze, lezioni di recupero, interrogazioni “per il sei”, ecc. ecc., sui banchi di scuola – se è sufficiente per compiere i primi passi, non ci è sempre d’aiuto quando decidiamo di andare un po’ oltre. Ma soprattutto vi sono molti Sacerdoti, specie giovani, che si accostano o vorrebbero accostarsi con entusiasmo alla S. Messa di sempre, i quali, oltre alle difficoltà a tutti ben note, devono anche superare l’ostacolo di non aver purtroppo ricevuto, nella lingua latina, quella formazione completa che è ottimale per compenetrarsi pienamente nella liturgia tradizionale, con loro e nostro giovamento spirituale.

Dobbiamo alla generosità della prof. Luciana Cuppo, che il CNSP non si stancherà di ringraziare, la possibilità di poter offrire un aiuto in questo senso. Quest’aiuto è il regalo tardivo, ma prezioso, di cui parlavo prima.

La prof. Cuppo ha messo a disposizione del CNSP, che a suo volta lo propone a chiunque fosse interessato, un corso totalmente gratuito di latino, destinato, appunto, agli scopi di cui ho detto. Lascio direttamente alla nostra illustre Insegnante la presentazione delle caratteristiche e dei contenuti del corso; non senza aver precisato che il corso si svolgerà via mail, che sarà individualmente calibrato sulle esigenze di ciascun partecipante, e che per ogni ulteriore chiarimento – nonché, soprattutto, per iscriversi! – ci si può rivolgere direttamente alla prof. Cuppo all’indirizzo email dcsaki@yahoo.com.

Marco Sgroi

Gli amici del CNSP mi hanno chiesto uno schema per il corso di latino. Nulla di più semplice, ma le cose più semplici non sono sempre anche le più facili, anzi. Si fa presto a fare uno schema e lo trovate qui, dopo i preamboli I e II; ma ho voluto premettervi, a scarico di coscienza, i princìpi a cui si ispireranno i corsi, perché è pura e semplice onestà intellettuale verso chi si interessi all’argomento il dire non solo ciò che in essi si farà (per questo c’è lo schema), ma perché si farà. E per spiegarlo, ecco due preamboli tratti dalla vita reale.

Preambolo I: obiettivi del corso

Il giugno scorso ci fu all’Aia un convegno su “Early Medieval Practices of Reading and Writing“. Ai relatori era stato chiesto di studiare le annotazioni di ogni genere spesso apposte ai manoscritti medievali ed altrettanto spesso ignorate da chi pubblicò il testo di quei manoscritti, col risultato che moltissime annotazioni sono oggi sconosciute. Al convegno ci fu dovizia di immagini grazie a PowerPoint, e gran dovizia di tartine e pasticcini grazie alle infaticabili organizzatrici. Dal felice connubio fra tartine e codici medievali presero il via varie conversazioni, ed è su una di queste che vorrei soffermarmi perché fa al caso nostro.

            Mi trovai dunque in un crocchio svizzero-tedesco in cui si parlava di una pagina di manoscritto con i margini ricoperti da fittissime note, che il relatore – un giovane studioso, forse un dottorando – aveva definito “accumulation of knowledge” (“cumulo di conoscenze”). Sullo scopo di quest’ammucchiata nei margini, il relatore non disse nulla.

            Era però chiaro che la pagina così minuziosamente annotata era il prologo del Vangelo di S. Giovanni. E così, fra una tartina e l’altra, la conversazione verté sul punto che per un lettore del XXI secolo, tendenzialmente laico ed agnostico, quelle note in margine erano un cumulo di aggiunte al testo del codice, fatte a scopo d’informazione. Ma per il monaco del XII secolo che vergò quelle note, non vi sono aggiunte possibili ad un testo che è parola di Dio e narra del Verbo fatto carne; e quelle note non aggiungono nulla ad un testo che è già ispirato, ma cercano di trarre e render più accessibile alle limitate facoltà umane la verità nascosta in quella pagina. Mettere in luce quanto più possibile il contenuto di quella pagina; questo era l’obiettivo di quel maestro medievale, e questo sarà l’obiettivo dei corsi.  Attraverso la conoscenza del latino, ci si accosterà maggiormente ai testi della Scrittura ed a quelli che documentano la Tradizione; e ciò, fin dalle prime lezioni.

Preambolo II: quello che il corso NON farà

Trascrivo qui obiettivi e contenuti di un corso di lingua latina svolto correntemente presso un’università italiana: “Ogni lezione sarà dedicata, nella prima parte, all’illustrazione teorica dei fenomeni morfologici e delle costruzioni sintattiche, mentre, nella seconda, saranno presi in esame testi scelti, sia in prosa sia in versi (di diversi periodi – in successione cronologica – e differenti generi letterari), da analizzare e tradurre“. Tutto bene, ma vediamo cosa s’intende per “analisi“: “Lo studente dovrà dimostrare di saper analizzare il testo latino attraverso un preliminare esame puntuale della struttura sintattica dei periodi, entro i quali egli dovrà altresì essere in grado di individuare i fenomeni morfologici più peculiari“. Si analizzano, insomma, le strutture sintattiche e grammaticali, e sulle idee espresse dall’autore, od i fatti narrati in quel brano, silenzio di tomba; non si pensa a ciò che l’autore dice, ma a come lo dice, e questo “come“ non significa cogliere le caratteristiche e lo stile personale d’un autore, ma vuol dire mettere in evidenza come il brano scelto per l’analisi corrisponde a tutta una serie di regole astratte, grammaticali e sintattiche, che il docente del corso ed il curatore moderno del relativo libro di testo considerano importanti.

            Ora, e questo è un punto molto serio, il limitare la lettura dei testi ad un’analisi, peraltro artificiale, delle strutture morfologico-sintattiche non è dovuto ad insipienza di curatori e docenti, ma a qualcosa di peggio: uno sforzo programmato in alto loco per soffocare alle radici la nostra cultura greco-romana e cristiana. A forza di analizzare strutture linguistiche, si trascura l’essenziale, lo scopo primario per l’apprendimento di una lingua: capire ciò che l’autore voleva comunicare, cioè il pensiero dell’autore di quei testi. Come se leggere un testo in qualsiasi lingua non fosse innanzitutto aprire una linea di comunicazione con chi l’ha scritto; e come se il primo motivo per apprendere il latino non fosse capire precisamente ciò che l’autore latino aveva da dire. Ma l’insegnamento del latino, così come si fa in troppe nostre scuole, altro non è che un depistaggio, voluto, premeditato e programmato, dal contenuto concettuale dei vari testi – perché concetti, idee, e persone pensanti sono pericolose, mentre elaboratissime strutture sintattico-grammaticali avulse da qualsiasi contenuto concettuale non hanno mai tratto un ragnetto dal buco.

Schema del corso

Nei particolari (scelta di letture, livello didattico desiderato) il corso può venir individualizzato. Per ulteriori informazioni, inviare una mail a: dcsaki@yahoo.com .

Lo schema che si propone qui è tipico di chi, per motivi personali o professionali, intende acquisire una solida conoscenza del latino e servirsi di tale conoscenza per molti anni, meglio se vita natural durante. Il testo adottato è quello ormai classico di Alfonso Traina, Tullio Bertotti e Luciano Pasqualini, Esercizi per la morfologia (Bologna, settima ristampa 2012). Qualsiasi grammatica latina, in forma cartacea od online, servirà allo scopo; ulteriori segnalazioni verranno fatte agli iscritti.

            La sequenza di argomenti delle lezioni, che riassumo dal testo suddetto del Traina, è anche quella classica: le prime tre declinazioni – verbo sum e verbi delle quattro coniugazioni all’indicativo presente e futuro – pronomi personali, complementi più frequenti – quarta e quinta declinazione – congiuntivo dei verbi, coniugazione passiva – alcuni verbi anomali – participio presente ed ablativo assoluto (e con questi saremo pronti a varcare la soglia misteriosa della sintassi, prevista per il secondo corso).

            Il tratto distintivo del corso sarà la centralità del testo, cioè: le letture, e sia pure, all’inizio, di frasi brevi e semplici, ma d’autore. I punti di grammatica necessari a comprendere un testo verranno introdotti assieme al testo ed in funzione di esso, non come uno studio a sé stante. E poiché i destinatari del corso sono cattolici che amano la Tradizione e ciò che la veicola, oltre alle letture scelte dal Traina ve ne saranno altre, e credo saranno le più importanti, tratte dal patrimonio scritturale-patristico-liturgico della Chiesa.  

 Luciana Cuppo

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Siamo in 20000, noi del Summorum Pontificum!

di Enrico Roccagiachini

Ieri la pagina facebook del Pellegrinaggio Internazionale del Populus Summorum Pontificum ha raggiunto i 20.000 “mi piace“. Si tratta di un numero che parrà irrisorio a chi volesse confrontarlo con quello dei personaggi di forte impatto mediatico (i divi rock viaggiano tra le centinaia di migliaia e le decine di milioni), ma che per noi, abitanti di quella vera periferia della Chiesa ove si coltiva con fede, amore e spirito di sacrificio la veneranda liturgia tradizionale, rappresenta una consolazione ed un incoraggiamento.

Una consolazione, perché possiamo azzardarci a ritenere ormai consolidato un trend che non abbandona la pagina sin dal suo esordio, il 27 maggio 2013: silenziosamente, senza che quasi ce ne accorgessimo, il numero degli amici è cresciuto secondo un ritmo sostanzialmente costante, che ancor oggi – nonostante tutta l’acqua che è passata sotto i ponti in questi ultimi 31 mesi (e, nella Chiesa, di acqua ne è scorsa davvero tanta!) – non accenna a diminuire. Come non pensare alla nota immagine della foresta che cresce silenziosamente, senza clamore, senza scoop, senza salti rivoluzionari; e che per questa ragione appare sempre più forte e, soprattutto, potenzialmente sconfinata?

Mi piace ricordare un’illusione che in tanti, probabilmente basandoci sulla nostra personale esperienza, abbiamo coltivato quando la Provvidenza, mediante il grande Benedetto XVI, ci donò il Motu Proprio: l’illusione che la Messa di sempre, una volta liberalizzata, avrebbe conquistato in men che non si dica le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre diocesi. Chi mai avrebbe potuto non innamorarsene all’istante, come noi ce ne siamo spiritualmente innamorati? E, già che ci sono, lasciatemi dire di quale innamoramento si tratta: non di una moda, non di uno sfizio estetico o intellettualistico, non di una bandiera ideologica; ma di un innamoramento spirituale, che si nutre della vera fede cattolica e ancor più la nutre e la fortifica.

Ebbene, quell’illusione è presto svanita, ma per lasciare il posto ad una ben più confortante certezza: che accostarsi alla liturgia tradizionale non è un fatto superficiale, ma una tappa fondamentale della crescita spirituale di ciascuno. Una crescita che richiede tempo, fatica, dedizione. Una battaglia spirituale alla quale siamo chiamati. La Messa di sempre non vincerà per esplosione (non è e non sarà un fuoco di paglia, come pensano molti di coloro che per ora la tollerano, solo perché “dura minga, dura no“), ma per lenta quanto inarrestabile maturazione nelle coscienze e nella vita spirituale dei fedeli.

In tutto questo, il Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum ha avuto un ruolo fondamentale, e la storia della sua pagina Facebook lo testimonia indirettamente: il ruolo di portare nel cuore della cattolicità, presso la tomba dell’Apostolo, ogni anno, il popolo del Summorum Pontificum. E di dimostrare che quel popolo, che tanti vorrebbero relegato ai margini della Chiesa, non si sente però un popolo di alieni o “di serie B”, anche se come tale viene spesso trattato; al contrario, sa di essere una componente viva e vitale della Chiesa, e ha sperimentato che ciò non viene meno col mutare delle circostanze, col succedersi dei pontificati, con l’eventuale (e, purtroppo, frequente) incomprensione – per non dire ostilità – dei pastori. Se c’è chi potrebbe affermare a ragione “noi siamo Chiesa”, senza timore di vantarsene abusivamente, è il Popolo del Summorum  Pontificum!

Ma il traguardo raggiunto dalla pagina Facebook del Pellegrinaggio è anche un incoraggiamento: non solo a non sentirci un popolo disperso, una specie di arcipelago di isole più o meno felici, convinte di potersi sviluppare solo rimanendo, appunto, isole tentate dal reciproco disinteresse; ma soprattutto a sentirci chiamati, nella consapevolezza della nostra pochezza (siamo tutti, sempre, servi inutili), a un’opera di apostolato che, nelle attuali condizioni della Chiesa, non può più essere solo liturgico – anche se la liturgia, la S. Messa, sono il cuore, il fulcro, la scaturigine di tutto – ma deve coprire ogni espressione della fede cattolica. Abbiamo il compito di dimostrare che l’esperienza della Tradizione si può e si deve fare, perché è l’esperienza vincente, lo strumento potente della nuova evangelizzazione.

Un evento tutto sommato così banale, dunque, come il pur consistente traguardo numerico di una pagina facebook, ci esorta ad armarci con rinnovata fiducia delle nostre armi più forti: la dottrina, i sacramenti, la preghiera, in particolare il S. Rosario. I prossimi 10.000 “mi piace” ci trovino impegnati con sempre maggior vigore nella buona battaglia!

http://blog.messainlatino.it/

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L’Istituto del Buon Pastore torna a Roma

Nato nel 2006 dall’incontro fra sacerdoti formati ad Écône e Sua Eminenza il cardinale Castrillón Hoyos, allora Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, l’Istituto del Buon Pastore ha appena aperto una casa sacerdotale a Roma.

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Don Giorgio Lenzi durante il pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum 2015.

L’apertura di questa casa, inaugurata solennemente nel giorno della festa di San Clemente, il 23 novembre, in presenza delle Loro Eccellenze Mons. Guido Pozzo e Mons. François Bacqué e di don Philippe Laguérie, Superiore dell’Istituto, è stata resa possibile dalla nomina di don Matthieu Raffray come professore di filosofia alla Pontifica Università San Tommaso D’Aquino, l’Angelicum.

A dire il vero, non è la prima volta che l’IBP si insedia a Roma ma ora l’Istituto ha superato le sue difficoltà iniziali e non poteva non essere presente ad Petri Sedem, dove intende sin dalla sua nascita radicarsi così come dimostra la partecipazione regolare di vari suoi seminaristi al pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum a Roma.

Siccome la presenza di nuovi sacerdoti idonei alla celebrazione della forma straordinaria del rito romano in Italia non può che rallegrarci, abbiamo chiesto a don Matthieu Raffray e a don Giorgio Lenzi che lo accompagna di aggiornarci sullo sviluppo dell’IBP, sull’apertura della Casa San Clemente e sui loro progetti in Italia.

1) Quali sono i dati dell’IBP? Quanti sacerdoti e seminaristi siete? In quali paesi siete presenti?

Don Matthieu Raffray (a destra sulla foto, in compagnia di uno dei vescovi ausiliari di Brasilia,) è anche superiore dell’IBP per l’America latina.

Don Matthieu Raffray: L’Istituto del Buon Pastore conta attualmente circa una trentina di sacerdoti, la cui maggior parte esercita il proprio ministero in Francia (nelle diocesi di Chartres, Bordeaux, Blois, Le Mans, Meaux, Versailles, Parigi e Marsiglia), ma anche in America Latina (a Bogotà, San Paolo e Brasilia), in Polonia (Białystok) e da quest’anno a Roma. Ci sono poi altri seri progetti di insediamento (in America Latina, ma anche in Africa, in Nord America e nell’Europa dell’Est), alcuni dei quali dovrebbero vedere la luce di qui a breve. Le richieste sono molto numerose in tutto il mondo, e non è facile rispondervi: la messe è abbondante, e gli operai sono pochi! Comunque, abbiamo al momento circa 40 seminaristi in formazione: il futuro si preannuncia dunque buono, anche se bisogna procedere lentamente e non disperdersi troppo: vogliamo privilegiare soprattutto la serietà e le esigenze della formazione dei nostri seminaristi, l’unità della comunità, come pure la vita comune dei nostri sacerdoti. Sono queste le condizioni di un apostolato solido e veramente conforme al nostro carisma tradizionale, liturgico e dottrinale.
L’Istituto del Buon Pastore è stato fondato nel 2006. Siamo dunque prossimi ai dieci anni di vita (li festeggeremo a Roma l’anno venturo). Dopo un inizio movimentato, inevitabile per tutte le realtà di nuova fondazione, e la crisi istituzionale che abbiamo subito nel 2012, si può dire che attualmente abbiamo raggiunto la stabilità necessaria per uno sviluppo florido e sereno. Rendiamone grazie a Dio!
Quello che è più rassicurante ed incoraggiante, è vedere che – salvo eccezioni ideologiche – i vescovi percepiscono sempre più come il nostro carisma, l’esclusività della messa Tridentina ed una critica teologica positiva delle riforme moderne, possono essere messe a servizio della Chiesa, e costituire anche un atout importante in una diocesi. Questo carisma soddisfa, in effetti, una reale aspettativa di alcuni fedeli, ma anche una dinamica dell’evangelizzazione: il nostro attaccamento alla Tradizione non è uno sguardo nostalgico rivolto al passato, è, al contrario, la condizione indispensabile per una nuova evangelizzazione che sia veramente ancorata a Gesù Cristo nella Sua Chiesa.
L’apertura di una nuova casa a Roma è il segno di questo sviluppo pacifico della tradizione e del nostro attaccamento all’essere al servizio della Chiesa.

2) Perché avete scelto San Clemente come patrono della vostra casa romana?

Don Giorgio Lenzi: Abbiamo scelto di porre la nuova casa dell’Istituto sotto la protezione ed il patronato di san Clemente, papa e martire, per differenti ragioni; credo fosse importante trovare un patrono legato alla storia universale della Santa Chiesa ma anche che fosse caratteristico dell’antichità cristiana qui a Roma… inoltre si tratta di uno dei primi successori del Principe degli Apostoli; egli sacrificò la propria vita per la Chiesa ed il santo Vangelo, ideale che vogliamo fare nostro: San Clemente è stato un Buon pastore e vogliamo seguire il suo esempio! Inoltre don Matthieu ed io siamo affascinati dalla bellezza e purezza artistica, liturgica e spirituale della splendida Basilica di san Clemente che non è poi troppo lontana materialmente dal nostro quartiere.

3) La romanità è un elemento essenziale del carisma dell’IBP: che cosa rappresenta per voi in assoluto e nell’epoca particolare che attraversiamo?

Don Matthieu Raffray: Ogni cattolico è necessariamente attaccato a Roma, sede di Pietro. E questo attaccamento non è puramente teorico, ma deve concretizzarsi nella gerarchia ecclesiastica, che trasmette al sacerdote una missione ricevuta dalla Chiesa. Il sacerdote che si separasse da questa gerarchia (salve eccezioni, necessariamente limitate localmente e per un tempo strettamente determinato) sarebbe un mercenario che lavora per suo conto, e non un pastore del gregge di Gesù Cristo. Il nostro Istituto, collocato provvidenzialmente sotto il patronato di Cristo “Buon Pastore”, vuole precisamente ritrovare questo senso del bene comune: il ruolo del pastore non è sedurre le pecore per appropriarsene – e insegnare loro una dottrina sua propria; è, al contrario, condurle a Gesù Cristo, insegnando nient’altro che la fede cattolica, atemporale, immutabile, trasmessa infallibilmente a partire da Cristo stesso sino ad oggi. È questo, in una parola, il mistero della Chiesa: per appartenere al corpo di Cristo, bisogna accettarne l’aspetto umano, le debolezze e, talora, anche gli sfregi. Troppi falsi pastori, “lupi travestititi da agnelli”, attualmente sfigurano e sporcano, con le loro azioni indegne e le loro nuove dottrine, la Santità dell’insegnamento di Cristo. Essere “buoni pastori”, al contrario, significa aiutare i fedeli a ritrovare la fierezza e l’onore di essere cattolici, fedeli di Gesù Cristo, e, dunque, romani senza compromessi. La nostra presenza a Roma rappresenta questo amore per la Chiesa, quale ne sia il prezzo.

4) Potete presentarvi l’uno e l’altro ai nostri lettori? Le vostre origini? Le vostre vocazioni? Il vostro percorso sacerdotale?

Don Matthieu Raffray: La mia famiglia è sempre stata molto attaccata alla tradizione. Già mio nonno paterno, a Saint-Brieuc, aveva fatto appello a Mons. Lefebvre, all’inizio degli anni 70, per conservarvi la messa tridentina. Mia madre, che è messicana, è da parte sua erede di tradizioni cattoliche ancor oggi molto vive, di una fede molto profonda, assai lontana da tutti i compromessi dei nostri paesi di antica identità cristiana. Quanto a me, sono il terzo nato di una famiglia di 9 bambini; siamo sempre stati educati nella fede cattolica, la preghiera in famiglia, il rispetto per i sacerdoti e le autorità della Chiesa, il senso cristiano del compimento del proprio dovere e della fedeltà agli insegnamenti ricevuti. Ne ringrazio con tutto il cuore i miei genitori, giacché sappiamo quanto sia difficile, oggigiorno, educare una famiglia cristiana.
Quanto alla mia vocazione, è piuttosto intellettuale, potrei dire. Anche se è nata nella mia prima giovinezza, mi si è imposta durante i miei studi di matematica e di filosofia all’università: la scoperta di S. Tommaso d’Aquino è stata una tappa decisiva, nel senso che ho preso coscienza del potere di una giusta intelligenza della fede. La nostra fede non è sentimentale, è ancorata alla ragione, è giustificabile, difendibile, la sola ragionevole perché essa sola corrisponde alla natura dell’uomo e alla sua esigenza di razionalità.
Dalla mia ordinazione, a Sant’Anna d’Auray nel 2009, mi sono dunque consacrato principalmente allo studio (ho ottenuto una licenza canonica – master – in teologia presso i Domenicani di Tolosa, poi un dottorato in filosofia alla Sorbona) e all’insegnamento, presso seminaristi e diversi gruppi di fedeli. È mia convinzione che sia giunto il tempo che i “tradizionalisti” prendano sul serio la difesa e lo sviluppo dei loro argomenti, che entrino nel combattimento intellettuale che infuria nella Chiesa da decenni: il nostro attaccamento alla Tradizione deve essere prima di tutto dottrinale, ed è proprio questo tesoro che dobbiamo, più di ogni altra cosa, rendere alla Chiesa stessa!

Don Giorgio Lenzi: Si tratta di domande che mi sono spesso rivolte e che necessitano di lunghe risposte arricchite di numerosi episodi ed aneddoti! Sono nato in Sardegna sull’isola di sant’Antioco da una famiglia cattolica praticante; per semplificare dirò che ho desiderato servire il Signore dal giorno della mia Prima Comunione… ho conservato ed intrattenuto questo germe di vocazione fino a riuscire ad entrare in seminario minore a 13 anni qui a Roma; ho servito, negli anni delle medie e del liceo, numerose funzioni liturgiche a San Pietro in Vaticano (per esempio a Giovanni Paolo II, all’allora Cardinal Ratzinger, a Cardinali come Noé e Deskur… altri lo sono diventati più tardi come De Magistris, Sardi e Brandmuller ed altri lo diventeranno un giorno, a Dio piacendo, come le loro Eccellenze Mons. Sciacca o Mons. Gänswein); di questi anni conservo un ricordo bellissimo e tutte queste belle esperienze nella Fede mi hanno sicuramente arricchito nonché sostenuto nella mia vocazione.
Di indole conservatrice, ho scoperto piano piano, da solo, la ricchezza della liturgia tradizionale con tutto il suo bagaglio dottrinale, comprendendo presto che la formazione proposta dal seminario regionale sardo non corrispondeva assolutamente al mio ideale di sacerdozio. Ho incominciato a cercare prendendo contatto con delle realtà tradizionali e mi sono indirizzato infine, con la decisione e l’ardore tipico degli anni della gioventù, alla Fraternità san Pio X. Vi ho trascorso più di tre anni, ma il tempo che passava e le speranze del pontificato del grande Benedetto XVI nonché la fondazione dell’Istituto del Buon Pastore mi hanno portato a lasciare una situazione canonica irregolare e divenire membro dell’IBP. Sono stato ordinato a giugno del 2012 e dopo tre anni di apostolato “attivissimo” nella nostra parrocchia personale a Bordeaux, oggi incomincio questa nuova avventura romana.

5) Don Giorgio, l’abbiamo vista partecipare al servizio liturgico dell’ultimo pellegrinaggio internazionale del Popolo Summorum Pontificum, in particolare in Santa Maria in Campitelli per la Santa Messa celebrata da Sua Ecc.za Mons. Guido Pozzo: possiamo chiederle le sue impressioni su un tale evento?

Don Giorgio Lenzi: Per me è sempre una gioia di servire il Signore nelle Sacre Funzioni e nella Liturgia, ma ancora di più lo è stato in occasione delle varie funzioni del pellegrinaggio Summorum Pontificum. Ho avuto veramente l’impressione che la liturgia tradizionale, e tutto ciò che essa comporta è viva ed è amata! Il grande concorso di popolo e la bellezza liturgica e musicale di queste cerimonie deve riempire i nostri cuori di tanta consolazione nelle difficoltà della vita cristiana di oggi.

6) Don Matthieu, non è tutti giorni che un sacerdote tradizionale insegna in una pontificia università: può dirci come è stato accolto all’Angelicum, sia dagli altri docenti che dagli studenti?

Don Matthieu Raffray: A dire il vero, è stata soprattutto la Provvidenza che ha operato nella mia nomina quale professore di filosofia all’Angelicum. Dopo la discussione della mia tesi e l’ottenimento del mio dottorato alla Sorbona, il decano della facoltà di filosofia, un domenicano che avevo incontrato durante i miei studi, mi ha proposto questo incarico molto semplicemente perché cercavano un professore diplomato. Don Laguérie ci ha visto subito l’occasione di mettere in atto il nostro carisma sotto questo profilo intellettuale, per la formazione di buoni sacerdoti alla scuola di San Tommaso d’Aquino: è anche questo, difendere e diffondere la Tradizione (in questo caso intellettuale) nella Chiesa e al suo servizio!
Devo dire che sono stato accolto molto bene in questa Università, sede di alto livello della teologia domenicana e, dunque, della scuola tomista. La cosa più entusiasmante, a dire il vero, è partecipare ad un’opera di rinnovamento che va ben oltre i corsi che io stesso possa tenere. In queste Università Pontificie si trovano seminaristi e religiosi di ogni orizzonte, chiamati spesso a ruoli di responsabilità quando ritorneranno nelle loro diocesi o nelle loro comunità. Se dunque posso, secondo le mie capacità, trasmettere loro ciò che ho io stesso ricevuto, non faccio nient’altro che l’opera, precisamente, della “tradizione” (dal latino “tradere”, trasmettere).

7) Don Giorgio, quale sarà il suo ruolo a Roma? Può un coetus fidelium privo di sacerdote idoneo rivolgersi a lei per la celebrazione della Santa Messa?

Don Giorgio Lenzi: Per il momento, in quanto economo della Casa San Clemente, mi occupo soprattutto dell’installazione della casa… di tanti aspetti pratici (spesso complicati dal punto di vista burocratico!). É chiaro che sono a completa disposizione per aiutare nei luoghi dove esistono già dei gruppi stabili di fedeli, e questo già lo faccio, ma anche per organizzarne di nuovi anche nel resto d’Italia se è necessario. Abbiamo già diversi contatti… ma non svelerò ancora niente dei progetti in corso, soprattutto che il nostro Istituto desidera che ogni cosa sia fatta nei debiti modi con l’approvazione delle autorità locali, secondo lo spirito della Chiesa.

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Nell’agosto 2015, Mons. Athanasius Schneider ha conferito due ordinazioni sacerdotali e due ordinazioni diaconali per l’IBP a San Paolo, in Brasile.

Fonte: Paix Liturgique

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Agli amici del Populus Summorum Pontificum e ai rappresentanti dei Coetus Fidelium d’Italia

Cari amici del Populus Summorum Pontificum,

cari rappresentanti dei Coetus Fidelium d’Italia,

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Siamo ormai alla vigilia del grande Pellegrinaggio internazionale del Populus Summorum Pontificum, che si terrà a Roma da giovedì 22 a domenica 25 ottobre, in occasione del quale, proprio in concomitanza con le giornate conclusive del Sinodo Ordinario dei Vescovi, potremo pregare tutti insieme, al ritmo della sempre giovane liturgia tradizionale, perché risplenda vivo e incorrotto il perenne magistero della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio cristiano.

Anche quest’anno il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum (CNSP) partecipa attivamente all’organizzazione del Pellegrinaggio, assumendo nuovamente, con gioia, il compito di curare l’Adorazione Eucaristica che, presso la Basilica di S. Lorenzo in Damaso, presieduta da Don Marino Neri, precederà la processione verso San Pietro.

Anche quest’anno, poi, rivolgiamo un caldo invito

A TUTTI I MINISTRANTI

Accorrete numerosi a prestare il vostro prezioso servizio

durante la processione

e il successivo Pontificale in San Pietro!

 

L’appuntamento è per sabato 24 ottobre, non oltre le h. 9,00, presso la Basilica di San Lorenzo in Damaso, piazza della Cancelleria, Roma. Se potete, preannunciate la Vostra presenza all’indirizzo lazio.cnsp@gmail.com. Chi potesse essere presente anche nel pomeriggio di venerdì 23 ottobre per una breve sessione di prove, contatti l’indirizzo lazio.cnsp@gmail.com per avere tutte le informazioni necessarie.

In occasione del pellegrinaggio, il CNSP  ha anche organizzato la presentazione del libro di mons. Juan Rodolfo Laise “La comunione nella mano, storia di un sopruso” (ed. Cantagalli), che si terrà alle h. 15,30 di sabato 24 ottobre presso l’Auditorium dell’Institutum Patristicum Augustinianum (via Paolo VI, 25, Roma). Si tratta di un importante evento, giacché «col suo libro “La comunione nella mano” mons. Juan Rodolfo Laise già da parecchi anni ha alzato la sua voce in difesa del Signore Eucaristico, mostrando con argomenti convincenti l’inconsistenza della moderna prassi della comunione nella mano dal punto di vista storico, liturgico e pastorale» (mons. Athanasius Schneider).

Il pellegrinaggio deve essere anche un’occasione di incontro fra tutti quanti si adoperano, specie nelle diocesi e nelle parrocchie, per la diffusione e l’incremento della liturgia tradizionale. Per questo il CNSP rivolge un fraterno invito

AI RAPPRESENTANTI DEI COETUS FIDELIUM D’ITALIA

Troviamoci sabato 24 ottobre,

dopo il Pontificale in San Pietro, alle h. 14,00,

per un incontro fraterno, uno scambio di idee 

e l’avvio di qualche programma futuro!

 

Confidando nella corale presenza dei Coetus Fidelium d’Italia al Pellegrinaggio, ci è parso opportuno non sprecare l’occasione di un incontro in cristiana amicizia, prendendo insieme uno spuntino, per conoscerci sempre meglio, scambiarci idee ed esperienze, ed esaminare qualche programma futuro. Per conoscere la sede dell’incontro (che individueremo in funzione del numero dei partecipanti, e che si terrà comunque nei pressi di piazza S. Pietro) e ogni altro dettaglio pratico, preghiamo tutti gli interessati di contattare il promotore CNSP per il Piemonte avv. Massimiliano Gaj – che si occupa dell’organizzazione della riunione – all’indirizzo mail piemonte.cnsp@gmail.com. Per comprensibili ragioni organizzative, la partecipazione alla riunione è riservata a chi avrà preannunciato la propria presenza. Vi preghiamo anche di tener presente che, come è costume del CNSP, la riunione non avrà altra convocazione che non sia il presente annuncio, diffuso in rete: vi rinnoviamo, quindi, l’invito a voler contattare quanto prima possibile l’indirizzo piemonte.cnsp@gmail.com.

Arrivederci a Roma, dunque, per testimoniare sempre e di nuovo la nostra fede, il nostro amore per la S. Messa, la nostra gratitudine per il dono inestimabile del Summorum Pontificum, la nostra perseveranza e la nostra fedeltà alla tradizione perenne della Chiesa.

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OSSERVAZIONI SULL'”INSTRUMENTUM LABORIS”

Pubblichiamo le osservazioni all'”Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo redatte, tra gli altri, dall’abbè Claude Barthe, Cappellano del Pellegrinaggio POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM, e da don Alfredo Maria Morselli, campione della Messa tradizioniale, amico del populo Summorum Pontificum, vicino a moltissimi coetus fidelium, specialmente in Emilia Romagna

JuanSimónGutiérrez

OSSERVAZIONI SULL'”INSTRUMENTUM LABORIS”

di Claude Barthe, Antonio Livi, Alfredo Morselli

In questo documento vengono articolate, in maniera puntuale, alla luce del Catechismo della Chiesa Cattolica e, in generale, del “depositum fidei”, delle perplessità verso la “Relatio Synodi” dello scorso Sinodo straordinario, ripresa ed ampliata poi nell’”Instrumentum laboris” per la XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Anzi, è appena il caso di osservare come l’”Instrumentum” superi la stessa “Relatio”, ampliandone la portata, andando al di là delle intenzioni degli stessi Padri sinodali. In effetti, questo documento ha avuto cura di riprendere e rielaborare persino quelle proposizioni, che, non essendo state approvate a maggioranza qualificata dalla scorsa assise sinodale straordinaria, non dovevano né potevano essere incluse nel documento finale di quel Sinodo e che, perciò, dovevano reputarsi respinte.

Perciò, anche laddove l’”Instrumentum” appaia adeguarsi alla Rivelazione ed alla Tradizione della Chiesa, ne risulta, in generale, compromessa la Verità, sì da rendere complessivamente non accettabile il documento, o altro che ne riproponesse i contenuti e fosse posto ai voti alla fine della prossima assemblea sinodale.

La pastorale non è l’arte del compromesso e del cedimento: è l’arte della cura delle anime nella verità. Per cui, per tutti i Padri sinodali valga il monito del profeta Isaia: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro” (Isaia 5, 20).

Non ultimo, va notato come l’”Instrumentum” sia stato, in larga misura, svuotato di significato teologico e superato, dal punto di vista canonico, dai due Motu proprio dello scorso 15 agosto, resi noti l’8 settembre seguente.

SOMMARIO

1 – Osservazioni sul § 122 (52)

A. – Un’ipotesi incompatibile con il dogma
B. – Un uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone erroneamente argomenti per suffragare una forma di etica della situazione
C. – Un argomento non ad rem

2 – Osservazioni sui §§ 124-125 (53)

Non univocità del termine “Comunione spirituale” per chi è in grazia di Dio e per chi non lo è

3 – Osservazioni sui §§ 130-132 (55-56)

“Instrumentum laboris” e attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale: lacune e silenzi

4 – Comunione spirituale e divorziati risposati

Studio più approfondito sulla Comunione spirituale

__________

1 – OSSERVAZIONI SUL § 122 (52)

Premessa

La prossima assemblea del Sinodo dei Vescovi vuole trattare tanti problemi riguardanti la famiglia. Tuttavia, anche grazie al clamore mediatico e alle grandi attenzioni del Papa nei confronti dei divorziati risposati, la prossima assise è di fatto considerata come il Sinodo della Comunione ai divorziati. Uno dei temi che sarà affrontato sembra essere, di fatto e per i più, il tema del dibattito.

Si sa che, per risolvere un problema, è essenziale impostarlo bene. Purtroppo abbiamo di che ritenere che il documento che dovrebbe fornire la corretta impostazione di tutta la questione – ovvero l'”Instrumentum laboris” – sia invece fuorviante e pericoloso per la nostra fede.

Presentiamo alcune osservazioni sul paragrafo più problematico, riguardante la questione dell’ammissione alla S. Comunione di chi vive “more uxorio” pur non essendo canonicamente sposato; si tratta del § 122, che ripropone il § 52 della versione definitiva della “Relatio finalis” dell’assemblea del 2014.

Il testo in questione, il § 122 (52):

“122 (52).  Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)”.

Ci sono motivi per ritenere che il § 122 contenga:

A. – Un’ipotesi incompatibile con il dogma
B. – Un uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone erroneamente argomenti per suffragare una forma di etica della situazione.
C. – Un argomento non “ad rem”

A. – Un’ipotesi incompatibile con il dogma, tale da configurarsi come dubbio volontario in materia di fede

“Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia”.

Questa riflessione è illecita e ricade sotto la specie del dubbio volontario in materia di fede, in base a quanto ha dichiarato solennemente il Concilio Vaticano I: ”coloro che hanno ricevuto la fede sotto il magistero della Chiesa non possono mai avere giustificato motivo di mutare o di dubitare della propria fede”. In piena conformità con tutta la Tradizione della Chiesa, anche il Catechismo della Chiesa Cattolica pone il dubbio tra i peccati contro la fede:

CCC 2088: “Ci sono diversi modi di peccare contro la fede. Il dubbio volontario circa la fede trascura o rifiuta di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato, e la santa Chiesa ci propone a credere. […] Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio può condurre all’accecamento dello spirito”.

Che l’affermazione “i divorziati civilmente risposati conviventi ‘more uxorio’ non possono accedere alla Comunione Eucaristica” appartenga a ciò che è proposto a credere come rivelato dalla Chiesa – e quindi non possa più essere rimesso in discussione –, è provato da:

Giovanni Paolo II, Esort. apost. “Familiaris consortio”, 22 novembre 1981, § 84:

“La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994:

“5. La dottrina e la disciplina della Chiesa su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall’Esortazione Apostolica «Familiaris consortio». L’Esortazione, tra l’altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della Chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati» (Esort. apost. Familiaris consortio, n. 84: AAS 74 (1982) 185), indicandone i motivi. La struttura dell’Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.

“6. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona (Cf. 1 Cor 11,27-29) e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa (Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 978 § 2). Devono anche ricordare questa dottrina nell’insegnamento a tutti i fedeli loro affidati”.

Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla santa comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000:

“Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati. […]

“Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue:

“1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor  11, 27-29. Cfr. Concilio di Trento,  Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 1646-1647, 1661)”.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica “ribadisce la prassi costante e universale «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati»” e “gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia”:

CCC 1650: «Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (“Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”: Mc 10,11-12 ), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza».

Conclusioni del § A.

Il § 122 dell’”Instrumentum laboris” ammette la possibilità di ciò che, per un cattolico, è del tutto impossibile. L’accesso alla comunione sacramentale ai divorziati risposati è presentata come una legittima possibilità, quando, invece, tale possibilità è stata già definita illecita dal magistero precedente (FC, CdF 1994, CCC, Pont. C. Testi Legislativi); è presentata come una possibilità non solo del tutto teorica (ragionando “per impossibile”), ma reale, quando invece l’unica possibilità reale per un cattolico coerente con la Verità rivelata è affermare l’impossibilità che lecitamente i divorziati risposati accedano alla comunione sacramentale. La questione è presentata come teologicamente aperta, quando è stata già dottrinalmente e pastoralmente chiusa (Ibidem); è presentata come se si partisse dal nulla del magistero precedente, quando, invece, il magistero precedente si è pronunciato con tale autorevolezza, da non ammettere più discussioni in merito (Ibidem).

Se qualcuno si ostinasse a voler ridiscutere ciò che viene proposto a credere come rivelato dalla Chiesa, formulando delle ipotesi che risultano incompatibili con il dogma, indurrebbe i fedeli a un dubbio volontario in materia di fede.

B. – Uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone erroneamente argomenti per suffragare una forma di etica della situazione

“Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)”.

In queste ultime righe del § 122 dell’”Instrumentum laboris”, si rimanda al § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica per suffragare “la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti”, in vista di un’eventuale ammissione ai sacramenti dei “divorziati risposati”. Che cosa dice in realtà il § 1735 del Catechismo? Leggiamolo per intero:

“L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali”.

E adesso cerchiamo di spiegare questo testo: ipotizziamo il caso di una povera ragazza in India o in Cina che viene sterilizzata subendo pressioni, o una ragazza di oggi in Italia che viene indotta ad abortire dai parenti suoi e del fidanzato… In questi casi sicuramente l’ imputabilità è sminuita o annullata, ma non direttamente (simpliciter) per le tristi circostanze, ma per l’imperfezione dell’atto: un atto moralmente giudicabile – un atto umano, in termini più precisi – deve essere libero e consapevole.

Oggi, anche in Italia, con la cattiva educazione che si riceve fin dalla scuola materna, una ragazza può benissimo non rendersi conto che l’aborto è un omicidio: inoltre potrebbe essere psicologicamente fragile e non avere caratterialmente la grinta per andare contro tutti e tutto.  È chiaro che la responsabilità morale di questa ragazza è attenuata.

Altro è il caso di un divorziato, risposato civilmente, che ha ritrovato la fede a giochi fatti: ipotizziamo sia stato abbandonato dalla moglie, che si sia risposato con l’errata idea di rifarsi una famiglia, e che non possa più ritornare con la prima vera unica moglie (magari questa si è riaccompagnata con un altro uomo e ha avuto dei figli da lui); questo fratello, pur pregando e partecipando attivamente alla vita della parrocchia, benvoluto dal parroco e da tutti i fedeli, consapevole del suo stato di peccato e neppure ostinato a volerlo giustificare, vive more uxorio con la moglie sposata civilmente, non riuscendo a vivere con lei come fratello e sorella. In questo caso, la scelta di accostarsi alla nuova moglie è un atto perfettamente libero e consapevole, e quanto detto dal § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica non si può applicare nel modo più assoluto.

Lo stesso Catechismo insegna infatti, al § 1754:

“Le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva”.

E Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Veritatis splendor”, al § 115, affermava:

“È la prima volta, infatti, che il Magistero della Chiesa espone con una certa ampiezza gli elementi fondamentali di tale dottrina, e presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.

“Alla luce della Rivelazione e dell’insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II, ho brevemente richiamato i tratti essenziali della libertà, i valori fondamentali connessi con la dignità della persona e con la verità dei suoi atti, così da poter riconoscere, nell’obbedienza alla legge morale, una grazia e un segno della nostra adozione nel Figlio unico (cf. Ef 1,4-6). In particolare, con questa Enciclica, vengono proposte valutazioni su alcune tendenze attuali nella teologia morale. Le comunico ora, in obbedienza alla parola del Signore che a Pietro ha affidato l’incarico di confermare i suoi fratelli (cf. Lc 22,32), per illuminare e aiutare il nostro comune discernimento.

“Ciascuno di noi conosce l’importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell’insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l’autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le singole persone ma anche per l’intera società, con la riaffermazione dell’universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi”.

Conclusioni del § B.

Le parole di San Giovanni Paolo II sono inequivocabili: con l’autorità del successore di Pietro vengono riaffermate l’universalità e l’ immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. Inoltre viene confutata la artificiosa e falsa separazione di chi pretende di lasciare inalterata la dottrina immutabile, ma poi di conciliare l’inconciliabile, ovvero di comportarsi pastoralmente in modo non consequenziale con la dottrina stessa.

Infatti lo stesso santo Pontefice non ha scritto l’enciclica come un’esercitazione speculativa fuori dal mondo, ma ha voluto offrire le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.

Certamente un divorziato risposato, come quello descritto nell’esempio precedente (caso assolutamente non raro), va amato, seguito, accompagnato verso la conversione completa e solo allora potrà ricevere la SS. Eucaristia. Questa conversione va annunciata come realmente possibile con l’aiuto della grazia, con la pazienza e la misericordia di Dio, senza contravvenire a una verità indiscutibile della nostra fede, per cui non si può fare la S. Comunione in stato di peccato mortale.

C. – Un argomento non “ad rem”

“… casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste”.

L’ammissione ai Sacramenti non ha niente a che vedere con le situazioni irreversibili, in cui non è più possibile ricostituire il primo e vero matrimonio.

In queste situazioni, il principale obbligo morale che i divorziati risposati hanno nei confronti dei figli è quello di vivere in grazia di Dio, per poterli meglio educare; l’ammetterli o non ammetterli ai sacramenti non c’entra niente con gli obblighi nei confronti della prole. A meno che non si voglia negare che invece la Chiesa “con ferma fiducia crede anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità” (Familiaris consortio, 84).

[…]

3 – “INSTRUMENTUM LABORIS” E ATTENZIONE VERSO LE PERSONE CON TENDENZA OMOSESSUALE: LACUNE E SILENZI

L’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale non è certo una novità nel magistero della Chiesa. L'”Instrumentum laboris”, rispetto alla “Relatio finalis” del 2014, rintuzza la lacuna più grave di quest’ultimo documento, ponendo più attenzione alle famiglie comprendenti persone omosessuali (famiglie quasi completamente dimenticate nella “Relatio”). Una pur giusta raccomandazione di evitare discriminazioni ingiuste alle persone con tendenza omosessuale, accennando appena alle loro famiglie, è quasi un “off-topic”, in un sinodo sulla famiglia.

Nella redazione dell'”Instrumentum laboris”, da un lato è stato aggiunto un paragrafo (il § 131) che raccomanda attenzione a questi nuclei familiari, tuttavia non c’è traccia di importanti e fondamentali indicazioni ribadite dal Magistero ordinario in materia.

Riteniamo che in un sinodo sulla famiglia, affrontare la problematica della omosessualità limitandosi a dire che non bisogna trattare male gli omosessuali e non lasciare sole le loro famiglie, sia un peccato di omissione.

Ecco il testo in questione:

“L’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale

“130. (55) Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

“131. Si ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società. Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone.

“132. (56) È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso”.

Ci sembra che al suddetto testo si possano fare le osservazioni che riportiamo di seguito.

Lacune e silenzi

Visto che siamo santamente esortati a metterci nella “condizione di ospedale da campo che tanto giova all’annuncio della misericordia di Dio”, è opportuno ricordare che, in ogni ospedale che si rispetti, i medici fanno il loro dovere quando: 1) diagnosticano la malattia, 2) somministrano la cura, 3) seguono il paziente fino alla guarigione; inoltre la Chiesa, “conoscendo le insidie d’una pestilenza”, mentre “si consacra alla guarigione di coloro che ne sono colpiti”, “cerca di guardare sé e gli altri da tale infezione”.

Ridurre (o tacere di tutto il resto) l’opera della Chiesa ad accogliere le persone con tendenze omosessuali con “rispetto e delicatezza” può essere assimilato tutt’al più – sempre seguendo la metafora dell’ospedale da campo – a una cura palliativa.

Inoltre ricordare solo il dovere di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione, senza dire altro, può sembrare un accodarsi alla propaganda contro la cosiddetta omofobia, che sappiano bene essere un grimaldello per introdurre nelle legislazioni norme esiziali, e nella coscienze l’accettazione della teoria del “gender”.

La Congregazione per la Dottrina della Fede faceva saggiamente osservare, nel 1986, che “una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione”.

Quando si parla di ingiusta discriminazione della persone omosessuali è dunque opportuno anche spiegare con chiarezza che cosa sia veramente ingiusta discriminazione e che cosa sia invece la doverosa denuncia del male.

Sempre la stessa Congregazione ribadiva che “ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale”.

1 – Riteniamo che si debba con chiarezza diagnosticare la malattia, come per esempio ha fatto la Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 2003; vediamo come la questione dell’ingiusta discriminazione è trattata in un contesto assai chiaro:

“Gli atti omosessuali, infatti, «precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357).

“Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali «sono condannate come gravi depravazioni… (cf.  Rm  1, 24-27; 1 Cor  6, 10;  1 Tm  1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione ‘Persona humana’, 29 dicembre 1975, n. 8).

“Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli  (Cf. per esempio S. Policarpo,  Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino,  Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora,  Supplica per i cristiani, 34) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.

“Secondo l’insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10). Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12). Ma l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358) e le pratiche omosessuali «sono peccati gravemente contrari alla castità» (Ibid., n. 2396)”.

Inoltre deve essere ammessa la possibilità del peccato da parte di persone con tendenze omosessuali, non escludendo la confessione come aiuto soprannaturale talvolta necessario:

“Dev’essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev’essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l’attività omosessuale”.

L’amore si mostra anche svelando prospettive di falsa felicità:

“Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico”.

2 – In secondo luogo è necessario prescrivere la cura:

a) prevenendo le infezioni dello spirito del mondo…

“… Coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile”.

“[La Chiesa] si preoccupa sinceramente anche dei molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali, e di quelli che potrebbero essere tentati di credere alla loro ingannevole propaganda”.

b) … facendo ricorso anche alle scienze umane: la cura prescritta non deve essere solo di carattere morale: come la Chiesa, per favorire il retto uso del matrimonio, promuove la costituzione di consultori dove si insegnano i metodi naturali, così è opportuno che la Chiesa favorisca tutte quella forme di supporto psicologico, che in questi anni sono state fornite, con incoraggianti successi:

“In particolare i Vescovi si premureranno di sostenere con i mezzi a loro disposizione lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa”.

c) … e infondendo speranza: bisogna accompagnare le persone con orientamento omosessuale in un itinerario anche culturale, inteso a smascherare tutte le teorie omosessualiste (quali la teoria del “gender”) e slogan tipo “si nasce omosessuali”; questo slogan assopisce la coscienza di chi vuole restare così, e sopprime la speranza di chi vorrebbe uscirne.

3 – In terzo luogo bisogna seguire il paziente fino alla guarigione, che è la vita di grazia e la santità stessa; qualunque cosa, prescindendo dalla fede, viene chiamata disagio, è – per il credente – occasione provvidenziale di santificazione: “Diligentibus Deum, omnia cooperantur in bonum” (Rm 8, 28). Anche per questo aspetto, non troviamo parole migliori di quelle della Congregazione per la Dottrina della Fede:

“Che cosa deve fare dunque una persona omosessuale, che cerca di seguire il Signore? Sostanzialmente, queste persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, unendo ogni sofferenza e difficoltà che possano sperimentare a motivo della loro condizione, al sacrificio della croce del Signore. Per il credente, la croce è un sacrificio fruttuoso, poiché da quella morte provengono la vita e la redenzione. Anche se ogni invito a portare la croce o a intendere in tal modo la sofferenza del cristiano sarà prevedibilmente deriso da qualcuno, si dovrebbe ricordare che questa è la via della salvezza per tutti  coloro che sono seguaci di Cristo.

“In realtà questo non è altro che l’insegnamento rivolto dall’apostolo Paolo ai Galati, quando egli dice che lo Spirito produce nella vita del fedele: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé» e più oltre: «Non potete appartenere a Cristo senza crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal  5, 22. 24).

“Tuttavia facilmente questo invito viene male interpretato, se è considerato solo come un inutile sforzo di auto-rinnegamento. La croce è sì un rinnegamento di sé, ma nell’abbandono alla volontà di quel Dio che dalla morte trae fuori la vita e abilita coloro, che pongono in Lui la loro fiducia, a praticare la virtù invece del vizio.

“Si celebra veramente il Mistero Pasquale solo se si lascia che esso permei il tessuto della vita quotidiana. Rifiutare il sacrificio della propria volontà nell’obbedienza alla volontà del Signore è di fatto porre ostacolo alla salvezza. Proprio come la croce è il centro della manifestazione dell’amore redentivo di Dio per noi in Gesù, così la conformità dell’auto-rinnegamento di uomini e donne omosessuali con il sacrificio del Signore costituirà per loro una fonte di auto-donazione che li salverà da una forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli.

“Le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela”.

4 – Infine cercare di guardare sé e gli altri da tale infezione:

“La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimone della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l’approvazione delle relazioni omosessuali sia l’ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione, richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso”.

Conclusioni

Il richiamo del tema dell’aiuto alle famiglie con figli con tendenza omosessuale offre occasione di interrogarsi sul perché di questa menzione a discapito di altri disagi ben più diffusi che le famiglie vivono; inoltre la tematica è posta in modo da scivolare da problema della famiglia a problema delle persone omosessuali tout-court, “off-topic” rispetto all’oggetto proprio del sinodo.

Inoltre, il paragrafo in questione, pur dovendosi quantitativamente mantenere nello spazio di poche righe, omette il richiamo delle vere problematiche legate alla pastorale delle persone omosessuali; questo silenzio è tanto più colpevole quanto spaventosa è oggi l’avanzata dell’ideologia del “gender”.

[…]

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Trieste, 3-4 ottobre: riunione del CNSP e Pontificale di S. Ecc. mons. Pozzo

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TRIESTE

 CHIESA DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO

SABATO 3 OTTOBRE

ore 15,00

RIUNIONE DEI COETUS FIDELIUM DEL TRIVENETO 

ore 17,30 

SOLENNE PONTIFICALE AL FALDISTORIO 

 officiato da S.E.R. MONS. GUIDO POZZO

***

 DOMENICA 4 OTTOBRE

ore 17 e 30:

SOLENNI VESPRI CANTATI

e

PROCESSIONE 

PRESIEDUTA DA S.E.R.

MONS.GIAMPAOLO CREPALDI

    Vescovo Diocesano
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Il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, comunica che

in occasione della festa patronale della Parrocchia e Cappella Civica della B.Vergine del Rosario di Trieste,

i Coetus Fidelium del Triveneto

si riuniranno

sabato 3 ottobre alle ore 15.00

presso la canonica della Chiesa a Trieste via Rettori 1 (dietro piazza Unità) al fine di esaminare l’applicazione del motu proprio nelle varie Diocesi.

Nel pomeriggio di Sabato 3 ottobre, alle ore 1730, sul portale della chiesa avrà luogo l’accoglienza di SER Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio e Segretario della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che presiederà alla traslazione della Reliquia del Velo della Madonna di Loreto, partendo dalla Cappella della Madonna dei Fiori (Palazzo INAIL) alla volta della chiesa parrocchiale, dove, di seguitò, officerà la Santa Messa Pontificale al faldistorio secondo il rito romano-gregoriano.

La Cappella Musicale diretta dal Maestro Elia Macrì eseguirà la Messa in Sol Maggiore D 167 di Franz Schubert, unitamente ad alcuni Capolavori di Musica Sacra per Coro e Orchestra come lo stupendo Graduale “Sancta Maria k 273” di W.A. Mozart  e la  “Salve Regina” di Schubert.

L’indomani, Domenica 4 ottobre alle ore 17.30 saranno cantati i Solenni Vesperi con i falsibordoni musicati da T.L. De Victoria ed il “Magnificat” composto da C. Monteverdi, sempre eseguiti dalla sullodata Cappella Musicale.

Successivamente SER il Vescovo Diocesano Mons. Giampaolo Crepaldi impartirà la benedizione alla nuova statua della Madonna del Rosario e presiederà la processione mariana che si snoderà per le vie della Parrocchia: i fedeli e i concittadini potranno così ammirare la bella scultura, realizzata con le tecniche tradizionali della statuaria maltese, destinata a divenire un sicuro punto di riferimento per chi d’ora in poi, sostando in chiesa, vorrà deporre ai piedi della Patrona celeste le proprie gioie e i propri dolori, affidando a Lei ogni preoccupazione, nella certezza di trovare ascolto ed esaudimento.
Tutti coloro che intendono vivere un’intensa esperienza spirituale e musicale sono quindi invitati a prendere parte alle celebrazioni di sabato 3 e domenica 4 ottobre.

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Campo scuola a Roma

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Il sodalizio “Circolo liturgico Pio VII” organizza

 un campo scuola

per ragazzi/e dai 18 ai 30 anni

per conoscerescoprire ed apprezzare spiritualmente

il Rito Romano nella sua Forma Straordinaria a Roma,

ovvero nel suo Rito Antico.

Periodo: dal sabato 2 gennaio 2016

al martedì 5 gennaio 2016.

Durante il campo scuola saranno previste delle conferenze e l’assistenza alla Santa Messa alla parrocchia personale dellaSantissima Trinità dei Pellegrini.

Dove: in una casa di accoglienza religiosa ben collegata con i mezzi.

Costi: 160 euro in camera multipla.

Per informazioni:

camposanpietromaddalena@gmail.com

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