Sulle orme di Benedetto

Si avvicina il Pellegrinaggio Nazionale dei Cœtus Fidelium del Summorum Pontificum a Norcia, da venerdì a domenica prossimi (3 – 5 luglio). Nelle scorse settimane abbiamo cercato di conoscere i Monaci di San Benedetto, che guideranno la nostra preghiera, per prepararci ad entrare nell’intenso clima spirituale che respireremo insieme a loro. Ora, nell’impaziente attesa del pellegrinaggio, e per invitare tutti a partecipare (anche chi non avesse ancora aderito: è sempre possibile farlo, anche all’ultimo momento!), ci rivogliamo ad un altro Benedetto – Benedetto XVI – che ha dedicato al Santo di Norcia più d’un importante intervento. Ve ne proponiamo, due, che risalgono ad alcuni anni fa, ma che sono ancora – e forse sempre più – attuali.

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Eccoli:

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 10 luglio 2005

 

Cari fratelli e sorelle!

Domani ricorre la festa di San Benedetto Abate, Patrono d’Europa, un Santo a me particolarmente caro, come si può intuire dalla scelta che ho fatto del suo nome. Nato a Norcia intorno al 480, Benedetto compì i primi studi a Roma ma, deluso dalla vita della città, si ritirò a Subiaco, dove rimase per circa tre anni in una grotta – il celebre “sacro speco” – dedicandosi interamente a Dio. A Subiaco, avvalendosi dei ruderi di una ciclopica villa dell’imperatore Nerone, egli, insieme ai suoi primi discepoli, costruì alcuni monasteri dando vita ad una comunità fraterna fondata sul primato dell’amore di Cristo, nella quale la preghiera e il lavoro si alternavano armonicamente a lode di Dio. Alcuni anni dopo, a Montecassino, diede forma compiuta a questo progetto, e lo mise per iscritto nella “Regola”, unica sua opera a noi pervenuta. Tra le ceneri dell’Impero Romano, Benedetto, cercando prima di tutto il Regno di Dio, gettò, forse senza neppure rendersene conto, il seme di una nuova civiltà che si sarebbe sviluppata, integrando i valori cristiani con l’eredità classica, da una parte, e le culture germanica e slava, dall’altra.

C’è un aspetto tipico della sua spiritualità, che quest’oggi vorrei particolarmente sottolineare. Benedetto non fondò un’istituzione monastica finalizzata principalmente all’evangelizzazione dei popoli barbari, come altri grandi monaci missionari dell’epoca, ma indicò ai suoi seguaci come scopo fondamentale, anzi unico, dell’esistenza la ricerca di Dio: “Quaerere Deum”. Egli sapeva, però, che quando il credente entra in relazione profonda con Dio non può accontentarsi di vivere in modo mediocre all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Si comprende, in questa luce, allora meglio l’espressione che Benedetto trasse da san Cipriano e che sintetizza nella sua Regola (IV, 21) il programma di vita dei monaci: “Nihil amori Christi praeponere“, “Niente anteporre all’amore di Cristo”. In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano e diventata una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali.

Modello sublime e perfetto di santità è Maria Santissima, che ha vissuto in costante e profonda comunione con Cristo. Invochiamo la sua intercessione, insieme a quella di san Benedetto, perché il Signore moltiplichi anche nella nostra epoca uomini e donne che, attraverso una fede illuminata, testimoniata nella vita, siano in questo nuovo millennio sale della terra e luce del mondo.

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 9 aprile 2008

Cari fratelli e sorelle, 

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (DialII, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

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“Summorum Pontificum Map”: una mappa delle messe antiche in Italia, progetto per l’ VIII anniversario del Motu Proprio

Progetto mappa del Summorum Pontificum nel 2015

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A otto anni di distanza dalla promulgazione del Motu Proprio di Benedetto XVI (7-7-2007) ed in occasione del IV Convegno promosso dall’Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum; Messainlatino in collaborazione con il CNSP e Paix Liturgique si propone di raccogliere e aggiornare l’elenco delle S. Messe domenicali nella forma straordinaria del Rito Romano per poter mettere a disposizione una mappa google della diffusione nazionale del Summorum Pontificum stesso.

A questo fine invitiamo i fedeli laici e i sacerdoti a segnalare i dati relativi alla propria Messa (nome della chiesa, indirizzo, orario ed eventuale recapito telefonico o di posta elettronica di un responsabile) inviando una mail a lazio.cnsp@gmail.com

Per motivi di efficienza, procederemo con appelli per macro-aree (Centro, Nord, Sud e Isole) pubblicando di volta in volta un elenco dei risultati ottenuti.

Estote parati, dunque, perchè aiutarci in questo importante lavoro, già effettuato con successo in altri Paesi europei, vuol dire – in ultima analisi – aiutare le proprie comunità a crescere e a far maggiormente conoscere i tesori della bimillenaria Tradizione Cattolica.

CNSP – Paix Liturgique – Mil

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Don Roberto Spataro a Lecce. La Messa Vetus Ordo per una “Chiesa in uscita”

Pubblichiamo la relazione di don Roberto Spataro al convegno “La Messa in latino per una Chiesa in uscita?” tenutosi lo scorso 20 marzo a Lecce.

L’incontro è stato organizzato da UNA VOCE ITALIA che sin dal 1964 opera per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana e che autorizzando la costituzione della “Sezione di Lecce”, ha voluto accogliere tra le sue fila il gruppo di fedeli che ormai da sei anni a Lecce opera per la celebrazione regolare della Messa antica e che da pochi mesi ha anche ottenuto l’avallo della Curia leccese. Hanno collaborato all’organizzazione il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, la Scuola Ecclesia Mater e l’Associazione ex-Allievi Marcelline di Lecce.

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Lecce, 20.03.2015

Gentilissime Signore, Distinti Signori, Cari Amici,

sono molto grato agli organizzatori di questo raduno. Sono onorato per l’invito ricevuto. Il nostro incontro si tiene a Lecce, una delle capitali dell’arte e della cultura del Sud dell’Italia, sede di un vivace coetus Summorum Pontificum, ove opera il coordinatore nazionale, il dott. Capoccia, alla cui intraprendenza dobbiamo le splendide giornate del pellegrinaggio dell’ottobre 2014, alla presenza dei “grandi cardinali” apprezzati dal grandissimo Pontefice emerito. Questo genere di incontri ci aiuta a riflettere sulle ricchezze spirituali della Messa Vetus Ordo, quell’autentico tesoro di dottrina e di pietà che Benedetto XVI ha restituito alla Chiesa intera perché essa possa svolgere la sua missione nella storia: dare gloria a Dio ed essere strumento della Grazia per la salvezza delle anime.

         La riflessione che intendo condividere muove da una considerazione che, credo, non sfugge a nessuno di noi o che, forse, è stata oggetto di obiezioni da parte di coloro che guardano con scarsa simpatia al Vetus Ordo. Si tratta di una provocazione che potremmo formulare in questo modo: la forma straordinaria della liturgia romana è anacronisticamente avulsa dall’attuale clima ecclesiale, segnato dal Pontificato di Francesco che sta sollecitando la Chiesa ad intraprendere, senza esitazioni e ripiegamenti, una coraggiosa svolta pastorale verso le periferie del mondo le cui povertà richiedono scelte ben diverse da quelle di una ritualità antica e incomprensibile alla sensibilità moderna. Anzi, proseguono alcuni nella loro valutazione della liturgia tridentina, tra il Magistero del Papa attuale e i gruppi che promuovono la Messa in latino c’è una distanza che non può essere colmata. Per sentire cum ecclesia, bisognerebbe, dunque,  rinunciare alla liturgia antiquior.

Io sono di parere diverso. Ritengo, infatti, che anche la nostra Messa tridentina rappresenti una risorsa per realizzare il programma che il Sommo Pontefice ha esposto nel documento fino ad oggi più rilevante ed autorevole del suo magistero, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, sintetizzato nell’espressione, oramai molto nota, “Chiesa in uscita”. Che cosa si intenda per “Chiesa in uscita” è illustrato al n. 29 dall’EG:

La Chiesa in uscita è la comunità dei discepoli che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.

A questa citazione ne va aggiunta un’altra, tratta da un passaggio precedente a quello già ricordato, in cui Francesco spiega che le azioni dei discepoli sopra descritte e che costituiscono il movimento della Chiesa in uscita altro non sono che la metodologia di ciò che definiamo evangelizzazione e missione. Qui si spiega che si prende l’iniziativa, si coinvolge, si accompagna, si fruttifica e si festeggia perché c’è un contenuto da trasmettere: il Vangelo!

L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Oggi in questo “andate” di Gesù sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria.

Chiesa in uscita significa, pertanto, né più né meno che Chiesa missionaria per evangelizzare i popoli e le loro culture che oggi presentano molteplici scenari e pongono numerose sfide. La Messa in latino si inserisce bene in questa “ecclesiologia in uscita”. E questo per tre motivi che vorrei illustrare.

  1. Anzitutto per un motivo dottrinale. Una volta in uscita, dopo aver raggiunto le periferie esistenziali, la comunità dei discepoli, pronta a testimoniare, pronta ad accompagnare, pronta a festeggiare, non si presenta con le mani vuote. Consegna agli uomini e alle donne che incontra il suo tesoro più prezioso, la sua stessa ragion d’essere: la fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Lo ha ricordato il Sommo Pontefice attraverso le parole del mandato missionario di tutti i tempi: Insegnate ad osservare loro tutto ciò che io vi ho comandato. Cari Amici, la Messa Vetus Ordo è una summarium degli insegnamenti e dei comandamenti di Nostro Signore. Quali sono i due misteri principali della fede, chiedeva l’intramontabile catechismo di san Pio X? Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione, Morte di Gesù Cristo. La Messa VO attraverso la sua ritualità, fatta di gesti e di parole, è un dialogo che parte dalla Santissima Trinità e alla Santissima Trinità ritorna. A tal proposito, faccio un esempio. Nelle orazioni sacerdotali, per due volte, il sacerdote si rivolge esplicitamente alla Santissima Trinità, a conclusione dell’offertorio, quando implora le Tre persone divine di accogliere l’offerta presentata in memoria della Passione e Glorificazione di Gesù Cristo e in onore di Sua Madre e dei santi: Suscipe, Sancta Trinitas, hanc oblationem … Alla fine della Messa, il sacerdote supplica la Santissima Trinità di accogliere l’offerta che il Figlio ha rinnovato. E come potrebbero le Tre persone divine rifiutare quel dono propiziatorio di Gesù Cristo: Placet tibi, Sancta Trinitas, hoc obsequium servitutis meae …? Purtroppo, queste due orazioni sono scomparse nel Novus Ordo, anzi, nell’Ordinario della Messa, non viene mai menzionata la Santissima Trinità. Curioso, vero? Anche il secondo mistero principale della fede è richiamato costantemente nella celebrazione in forma straordinaria. Che cosa vedono i fedeli che assistono a questa Messa? Vedono fisicamente un Crocifisso che raffigura la Seconda persona della Santissima Trinità, Colui che si è incarnato e ha patito per la nostra salvezza. Davvero la lex credendi trapassa con luminosa semplicità nella lex orandi. Quegli insegnamenti divini che costituiscono il contenuto dell’evangelizzazione della Chiesa in uscita sono presentati, dunque, nella Messa VO, nella loro integralità ed essenzialità. Potremmo moltiplicare gli esempi per mostrare come la Messa tridentina, in sé e per sé, sia una sorta di catechismo per tutti, credenti evangelizzatori e non credenti da evangelizzare. L’impianto storico-salvifico, creazione, peccato, incarnazione redenzione, grazia, gloria e vita eterna, sono riassunti nelle preghiere, basti pensare alle parole, che riprendono l’insegnamento non di un perito liturgico postconciliare, per quanto bravo, ma dei Padri della Chiesa, della statura di un San Leone Magno, quelle che il sacerdote pronunzia al momento dell’infusione dell’acqua nel calice: Deus qui dignitatem humanae substantiae mirabiliter condidisti [creazione] et mirabilius reformasti [redenzione], da per huius vini et acquae mysterium ut eius divinitatis efficiamur consortes [divinizzazione o vita della grazia] qui humanitatis nostrae fieri dignatus est [incarnazione]. Ed il dramma del peccato non è plasticamente ed esistenzialmente rievocato nella gestualità del Confiteor, mentre ci si inginocchia, si batte il petto, si ripetono le parole e si attendono quelle liberatorie del sacerdote, anch’esse infelicemente abolite dal NO: Indulgentiam, absolutionem, remissionem peccatorum tribuat vobis Omnipotens et Misericors Deus? Sembrano un’eco delle parole del Santo Padre, che ci ripete sempre: Dio è buono, indulgente, misericordioso! Nel Canone Romano, poi, il sacerdote chiede al Padre per noi e per quelli ai quali ci rivolgiamo nei nostri percorsi in uscita, dopo tanto cammino, di farci arrivare alla meta della strada fatta, di uscire tutti da questo mondo, per passare bene l’esame finale, l’unico giudizio del quale dovremmo preoccuparci, anche se serenamente, perché la Madonna, la cui intercessione è spesso ricordata nella Messa antica, prega per noi: ab aeterna damnatione nos eripi et in electorum tuorum iubeas grege numerari. “Uscite, fratelli”, ci chiede il Papa, “evangelizzate”, “insegnate” ciò che il Divino Maestro ci ha comunicato. E mentre, in filiale atteggiamento di obbedienza al Santo Padre, idealmente chiudiamo la porta delle nostre chiese per uscire ed affrettarci verso la gente, i popoli, le culture da evangelizzare, con noi portiamo il Messale, quello che i fedeli, in edizioni bilingue e tascabili, sfogliano quando assistono al Santo Sacrificio, e che, pertanto, conoscono quasi a memoria: è quello il nostro Catechismo preferito.

Inoltre, vorrei aggiungere un’altra rapida considerazione. Mentre il NO ha introdotto il sacrosanto principio dell’adattamento del rito alle esigenze pastorali della comunità, ha, involontariamente, prestato il fianco ad una ferita che purtoppo è stata inferta e con serie conseguenze: ha permesso che sacerdoti e altri animatori liturgici, incuranti della distinzione tra ciò che non deve mai essere modificato e ciò che può esserlo, introducessero elementi del tutto estranei alla lex credendi. In nome della creatività liturgica, sebbene sia meglio parlare di adattamento, possono essere incautamente insegnati errori dottrinali, anche molto gravi. La forma straordinaria, invece, custodisce nello scrigno intangibile della sacralità la purezza della dottrina cristiana. Perché privare gli uomini e le donne che hanno il diritto di ricevere l’autentica fede cristiana, delle ricchezze, dei tesori della scienza e dalla sapienza divina? In tal modo, non si tradisce il mandato missionario per portare, in un’uscita temeraria, non più la fede della Chiesa, ma opinioni personali?

  1. Secondo motivo. È di natura spirituale e riguarda gli evangelizzatori, coloro che escono, per rimanere fedeli all’immagine adoperata da Papa Francesco. Egli stesso ha parlato di “scenari” che contengono “sfide” che si oppongono al Vangelo. Qualche volta, le ha chiamate per nome con doverosa severità. Ricordiamole, sia pur con rapidissime pennellate, anche noi. Da una parte c’è il relativismo antropologico e morale che non ammette nessuna verità oggettiva. Esso tende ad evolversi e ad imporsi in quella sorta di dittatura del pensiero unico, denunciato da Papa Benedetto nella memorabile Messa pro eligendo pontifice del 2005. I credenti che escono e raggiungono questo scenario, prevalente nel mondo occidentale, sazio e disperato, si scontrano con indifferenza, marginalizzazione, derisione. Pertanto, a volte, il nichilismo contemporaneo, che attanaglia le reti della comunicazione e le centrali decisionali del mondo della finanza e della politica, impone una specie di martirio bianco. È quello al quale siamo esposti noi. Alle periferie, invece del mondo orientale, soprattutto laddove impera il radicalismo islamico, cioè l’Islam maggioritario, i credenti, non solo in uscita, ma anche quelli che prudentemente rimangono a casa loro, subiscono un martirio cruento o semi-cruento, fatto di vessazioni di vario genere. Secondo statistiche affidabili, i numeri sono raccapriccianti: ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso. Da qualche anno, il vocabolario ha accolto una new entry, dal suono sinistro: cristianofobia. La Chiesa in uscita del XXI secolo è una Chiesa martiriale. Dispiace che anche pastori con alte responsabilità o intellettuali cattolici cui non mancano vaste platee, nel disegnare a modo loro il profilo di quella che, con espressione un po’ discutibile, definiscono la “Chiesa di Francesco”, dimentichino questo dramma che dovrebbe avere un’assoluta priorità nell’insegnamento e nell’azione della Chiesa in uscita. Bene, la Messa VO – lo sappiamo bene – non è quell’happening festaiolo a cui talvolta viene penosamente ridotto il Sacrificio di Cristo sull’altare. È la Messa in cui misticamente tutti saliamo sul Calvario e non per un’amena passeggiata. Ci immergiamo in una storia di persecuzione, quella dell’Innocente per eccellenza, il suo Sangue viene effuso, la Sua Passione si rinnova, il Martire capofila di tutti i martiri, si immola sull’Altare. I credenti sono così esortati, ammoniti, preparati ad affrontare il martirio, bianco o cruento che sia. La Messa VO è una scuola di evangelizzazione. Lo è non perché propone corsi di teologia per laici, svolti magari da seriosi professori in clergyman pronti a presentare i theologumena di un esponente della teologia à la page. È una scuola di evangelizzazione perché dispone i missionari in uscita ad affrontare a misurarsi con quel mondo che dai tempi del Prologo di San Giovanni, non a caso proclamato in ogni Messa tridentina, rifiuta la luce, rimane nelle tenebre dell’errore e della violenza, e combatte il Vangelo, non metaforicamente ma crudelmente. La Chiesa in uscita è una Chiesa militante, come si diceva una volta, e, che anche se non si dice più, esiste sempre, come sanno bene i nostri fratelli perseguitati per la fede.
  2. Terzo motivo. È di tipo pastorale. La Chiesa in uscita, secondo l’EG, opera una conversione pastorale. Come tutte le espressioni concise di Papa Francesco, essa merita una spiegazione ulteriore. Mi pare che si dia un’interpretazione autentica del pensiero e delle intenzioni del Santo Padre, se intendiamo la conversione “pastorale”, come l’assunzione di una prospettiva, nell’azione ecclesiale, che parta da e si confronti costantemente con i bisogni psicologici, morali, spirituali della gente, ferita dalle pene della vita, e della vita di oggi. È in fondo né più né meno che l’attegiamento del Buon Pastore che si commuove dinanzi alla folla perché quella gente era simile a “pecore senza pastore’. E per rimanere nell’alveo dell’immagine evangelica, è interessante notare ciò che il Cristo Buon Pastore decide di fare, all’odore di quelle pecore abbandonate e ferite. L’evangelista riferisce che “si mise ad insegnar loro molte cose”. Cioè offre quell’alimento sano e nutriente che non sono né emozioni né esperienze, è la buona dottrina perché il Buon Pastore è il Buon Dottore, e il Buon Dottore è il Buon Pastore, lo stesso che insegnerà l’indissolubilità del matrimonio. Coloro che, nelle scelte pastorali e disciplinari, di fatto, oppongono dottrina e pastorale non agiscono secondo la metodologia del Buon Pastore. Bene, che cosa c’entra tutto con la nostra Messa? C’entra e come! Infatti, i pastori, oggi, per venire incontro alle esigenze delle pecore ferite, che cosa possono offrire? La loro simpatia, la loro pietà, il loro ascolto, la loro solidarietà? Certo, anche questo, ma è troppo poco! I pastori possono e devono offrire la Grazia divina! La Grazia! Che meravigliosa realtà! Il Vangelo ne parla per la prima volta nella scena più dolce che ci abbia trasmesso: l’Annunciazione a Maria Santissima, la piena di grazia. Se c’è la grazia divina, ecco, a Nazareth come in qualsiasi altro luogo della storia ove la libertà umana si apre a Dio, il Verbo divino opera nella potenza dello Spirito Santo, con la cooperazione della Madre di Dio, e vita, e luce, e consolazione, e pace, e purezza, e santità, e doni e perfezioni, e virtù e frutti, inondano l’anima umana. Ebbene la grazia divina ci viene offerta principalmente e ordinariamente attraverso l’economia sacramentale, di cui la Santa Messa è fonte e culmine, fulcro e motore, perché il Cuore eucaristico del Signore continua ad effondere i suoi tesori, “sangue ed acqua”, annota l’evangelista Giovanni. Non voglio certamente affermare che la Messa VO abbia questa esclusiva e che la forma ordinaria non sia erogatrice abbondante di grazia. Assolutamente no! Tuttavia, la Messa tridentina genera, per così dire, una cultura liturgico-spirituale che esalta l’azione della Grazia. Infatti, mentre nella Messa nella forma ordinaria, si dà risalto alla partecipazione esteriore dei fedeli e del ministro, si interpreta l’actuosa participatio anche come una gestualità pluriforme, e, dunque, si esprime ritualmente un certo protagonismo umano, nella Messa antica, ogni parola e ogni silenzio, ogni gesto e ogni rito, sono dilatati ed elevati in e da una tensione davvero soprannaturale che possa creare uno spazio umano, un allargamento dell’anima e delle sue facoltà, come il seno purissimo di Maria Vergine e il suo Cuore Immacolato, per accogliere la Grazia. Dio è il protagonista, anzi l’unico attore e la grazia viene effusa copiosamente per essere umilmente ricevuta, accolta, custodita, fruttificata. “Fruttificare”: proprio il termine usato da Papa Francesco nel descrivere la Chiesa in uscita. La Grazia sana, la Grazia guarisce, la Grazia rinnova: questa è la medicina somministrata nell’ospedale da campo.

Cari Amici, l’attuale Pontefice sembra suscitare tanto entusiasmo nella maggior parte dei fedeli. I Pastori, a vari livelli, oltre a citare le espressioni che egli adopera e che indubbiamente hanno un’efficacia comunicativa notevole, stanno realmente e seriamente traducendo in scelte concrete questo invito all’evangelizzazione e alla missione perché – come recita EG, 24 – gli uomini e le donne del nostro tempo, nei vari scenari della storia e della geografia, ricevano gli insegnamenti e i comandamenti di Nostro Signore? Non sono certamente in grado di rispondere. Tuttavia, soprattutto laddove le risorse sono molto esigue, oserei chiedere ai nostri Pastori di investire sulle ricchezze dottrinali, spirituali, pastorali della Messa VO e di quella forma fidei et caritatis che la Tradizione, di cui la Messa tridentina è il gioiello più prezioso, offre perché la Chiesa in uscita oggi e ieri, sin da quando il Verbo divino si è mosso dal Cielo per abitare il grembo immacolato di Maria e lo Spirito Santo ha infuocato il cuore degli Apostoli con la sua Pentecoste, sia segno e strumento di salvezza. È stata questa la Messa di zelanti missionari, di confessori intrepidi, di venerabili pastori, di martiri coraggiosi, insomma di una Chiesa autenticamente “in uscita”.

Nec plura. Dixi. Gratias

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“SE NON C’È COMBATTIMENTO SPIRITUALE NON C’È VITA”

Proseguiamo l’avvicinamento al Pellegrinaggio Nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum a Norcia dal 3 al 5 luglio prossimi,  proponendovi – per gentile concessione di preghiamo.org, che ringraziamo di cuore – un’intervista a P. Benedetto Nivakoff OSB, attraverso le cui parole conosceremo da vicino l’orizzonte spirituale dei Monaci e l’atmosfera che si respira a Norcia. Ancora una volta per la serie: “se non ci venite, ecco che cosa vi perdete!

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Padre ci racconti brevemente la sua esperienza: da dove viene? Come ha sentito questa chiamata?

Sono americano, convertito quando avevo dodici anni. Mio padre era ebreo non praticante e mia madre cattolica. Credevano che fosse più giusto lasciare loro figlio decidere la sua religione da solo e non imporla e quindi mi hanno lasciato “libero”. In realtà non ero libero prima del Battesimo, ma uno schiavo del buio, ma questo non lo hanno capito. Dopo la mia prima conversione sono stato mandato ad un “boarding school” (collegio, convitto, NdR) per il liceo, gestito da monaci benedettini. Lì ho cominciato a pensare che potevo, forse, diventare un monaco. Ma aspettavo di finire sia il liceo sia l’università per rispondere a Dio.

Pensa di aver scelto il monastero di San Benedetto a Norcia o di esservi stato chiamato?

Dio l’ha scelto per me. Ho conosciuto la comunità “per caso” durante una vacanza a Roma, che ho fatto perché il mio insegnante di italiano mi suggeriva di andare in Italia. Non c’è una spiegazione razionale. Non dovevo conoscere la comunità.

Perché riportare alla vita il monastero di Norcia?

Sopratutto per offrire agli uomini di oggi la possibilità di santificarsi come monaci, secondo la regola che san Benedetto ci ha donato, dimostratasi in quindici secoli di storia un mezzo efficace per la crescita spirituale e la perfezione. Naturalmente ci potrebbero essere anche benefici per il mondo intorno al monastero e per la Chiesa, ma lo scopo principale del monastero è la santificazione dei propri membri.

Qual è il suo rapporto con la preghiera?

È il mio modo quotidiano per parlare con Chi mi ha creato e con Chi mi ha redento.

C’è una preghiera alla quale si sente più legato?

Prego il Memorare quando c’è una situazione seria. Ma normalmente la mia preghiera è basata solo sulla semplice frase di Cristo: «sia fatta la Tua volontà».

Il monaco in greco è il “solitario”: qual è l’equilibrio fra vita del singolo e vita comunitaria nel cenobio?

Ci sono tanti sposi che pur vivendo insieme giorno e notte, si sentono soli. Per loro la solitudine è una pena e una sofferenza, perché è frutto di peccato o tensione. Per il monaco, invece, l’obiettivo è di cercare e di avere la solitudine, pur non togliendo la carità dal rapporto con gli altri monaci. Questo è possibile solo con la vigilanza totale sui pensieri e sull’azione.

La vita del monaco è una vita isolata, per così dire “fuori dal mondo”?

Sì. Ma con lo scopo di rendere ogni monaco più cosciente della Redenzione del mondo, con il risultato che non ci dovrebbero essere persone che conoscono il mondo meglio dei monaci stessi. E, conoscendolo, amarlo.

San Benedetto è forse il più noto santo dell’Alto Medioevo. Niente di più lontano dall’attualità, verrebbe da dire. Ma è davvero così?

È del V-VI secolo. Quando sono entrato in monastero, non mi è piaciuto per niente. Toppo distante, troppo freddo. Ma ho preso il suo nome una volta che l’ho conosciuto. È l’esemplare del monaco che ho descritto prima: pur essendo lontano da tutto, anche nella storia, conosce meglio di tanti la natura umana e, come conseguenza, me.

Quale fu il ruolo della preghiera nella vita di san Benedetto?

Era il linguaggio di un dialogo costante tra lui e Dio, che alla fine della sua vita l’ha portato anche all’unione mistica con Dio.

San Benedetto suggerisce un particolare “modo” di pregare?

Preferisce che i monaci usino i testi della Bibbia e che facciano diventare le parole della Scrittura loro proprie parole, specialmente i Salmi. Ma il genio del Santo è che non vede la persona in maniera divisa, con momenti di preghiera di un certo tipo o di un altro, o momenti di lavoro: tutta la vita del monaco è una preghiera, che egli impieghi le parole della Scrittura o no.

San Benedetto è noto come esorcista: qual è il ruolo della preghiera nella lotta contro il Nemico?

Nella vita spirituale non basta una serie di “no”. L’anima è costruita per un “sì”, un “sì” all’amore di Dio. Più la nostra vita diventa una preghiera totale, meno danno può farci il diavolo.

La vita del monaco è ancora una vita di “combattimento”?

Sì. Quotidianamente. Se non c’è combattimento spirituale non c’è vita. Il monaco morirà. Certo un monaco anziano non può combattere come uno giovane, ma anche lui può e deve combattere. Lo facciamo principalmente contro i pensieri.

Qual è l’importanza di ricordare oggi, come fece nel suo tempo san Benedetto sulla base dell’insegnamento di Cristo, che il Maligno non è un semplice “principio astratto” o un “mito”?

Cristo è stato tentato esplicitamente tre volte da satana, non come principio astratto, ma come vero nemico di Dio, come assenza totale di bontà, di verità, di bellezza. Dimenticando questo fatto ci allontaniamo da Cristo stesso, nostro Redentore. Inoltre, ci sono alcune tentazioni e fenomeni che non si spiegano in sé. Si possono capire solo rendendosi conto della presenza di satana nella realtà quotidiana.

Nella preghiera della Croce o Medaglia di san Benedetto, un verso recita «bevi tu stesso il tuo veleno» (Ipse Venena Bibas): quali sono i principali “veleni” del Nemico, oggi?

La tristezza e l’accidia. Certo a causa di alcuni avanzamenti tecnologici alcuni peccati sono più facili da commettere, per esempio la contraccezione, la pornografia, l’aborto, ecc. E sono senz’altro peccati gravi. Ma sono conseguenze di una cultura, di un mondo, e forse anche di una Chiesa, che hanno messo l’uomo al centro di tutto, sperando di trovare in lui la realizzazione delle aspettative più alte. Trovando invece delusione dopo delusione, l’uomo diventa triste e perde il senso del Bene Ultimo. Il diavolo sfrutta questa tristezza per allontanarci sempre di più da Dio.

«Ora et labora» è tra le più note espressioni della tradizione cristiana, per molti versi un vero e proprio “slogan”. Come coniugare, anche per questioni di tempo, preghiera e lavoro?

San Benedetto non ha mai detto quelle parole (letteralmente prega e lavora, sono parte di elaborazioni e riflessioni intorno alla Regola, riconducibili anche all’opera di papa Gregorio Magno, NdR) e lette nel contesto di oggi creano l’idea che avesse in mente una distinzione tra lavoro e preghiere che invece egli non aveva. Per lui la preghiera si chiama Opus Dei – il Lavoro di Dio – e il lavoro per lui è tutto un’estensione della preghiera. Se riusciamo a vedere tutto nel contesto della volontà di Dio la vita spirituale si semplifica molto.

Chi si aspetta un monaco inattivo deve ricredersi: la storia ci insegna come questo sia molto lontano dal vero. Oltre al normale lavoro di una comunità, nel Monastero producete birra (la Birra Nursia), siete impegnati nel progetto di ristrutturazione di un ex convento di frati cappuccini, fate musica, gestite un negozio: come può il lavoro diventare preghiera?

San Benedetto ci dice che possiamo fare tutto ciò che vogliamo come lavoro, finché si rispetta il principio da lui articolato: nulla anteporre all’Opus Dei. L’Ufficio Divino deve essere il primo lavoro del monaco e tutta la vita del monastero deve essere strutturata per favorire la sua esecuzione con bellezza e completezza. Se il monastero mette l’Opus Dei come priorità, tutto segue.

Spesso si è portati a credere che il labora meglio si adatti ai lavori di un mondo passato, per taluni forse un po’ “idilliaci”. Coniugare preghiera, lavoro e svago è possibile anche per un laico impegnato con il più comune lavoro in fabbrica, in ufficio, l’università o la scuola?

Certo. Molto utile per un laico sarebbe un appoggio su un monastero benedettino per eventuali ritiri e direzione spirituale per aiutarlo nel suo cammino.

Ad un giovane che ha scelto di consacrare la propria vita a Dio, ma non sa ancora bene in quale modo, cosa consiglierebbe?

Cristo stesso da’ il consiglio: chi vuole essere perfetto deve vendere tutto e seguirLo. Alla fine, seguirLo come benedettino o francescano importa meno che seguirLo in maniera seria. Il giovane deve capire, deve trovare il posto dove secondo il suo carattere avrà la più grande possibilità di santificazione. Non si può basare questa decisione sui bisogni della Chiesa, almeno non esclusivamente, perché la Chiesa ha bisogno di tutto.

Un’ultima domanda: personalmente, cosa ama di più nella vita che conduce? C’è qualcosa che la diverte fare?

Condividere la nostra birra con gli altri, guardare la loro espressione quando l’assaggiano. Vedere un monaco giovane trovare la pace nella nostra vita  come l’ho trovata io. Pensare alla generosità di Dio, specialmente al Suo perdono per i nostri più grandi peccati. Ancora meglio quando la prima porta una persona alla seconda e alla terza!

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“VENITE E VEDRETE!”

Pubblichiamo questa bella conferenza – dal titolo “Il rapporto tra monachesimo e liturgia” – tenuta a Roma lo scorso 7 maggio da p. Cassian Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, per aiutarci a scoprire i Monaci e per pregustare il clima spirituale che respireremo nel pellegrinaggio nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum (3-5 luglio 2015): per la serie “se non ci venite, ecco che cosa vi perdete!”

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Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? Posso rispondere molto sinteticamente con una analogia: è il rapporto tra pesce e acqua. Ovviamente, il pesce abita nell’acqua, si muove nell’acqua, senza l’acqua muore. Così anche per il monaco: respira l’aria della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente.

Potrei finire qua – una conferenza di due minuti! – ma forse sareste delusi, aspettando una lezione più lunga. Quindi posso sviluppare il tema un po’ secondo le seguenti categorie:

  1. La preghiera incessante
  1. Il tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto
  1. I salmi
  1. Il canto

LA PREGHIERA INCESSANTE

Ci sono due indizi nella Regola che indicano chiaramente che secondo San Benedetto, la preghiera liturgica si colloca decisamente nella tradizione della preghiera incessante, come articolata dai Padri del deserto.

PRIMO INDIZIO:

Nel rito Romano, durante la Settimana Santa, la liturgia ritorna alle sue forme più arcaiche.  Ho in mente l’Ufficio Divino.  Prima delle Ore Minori (prima, terza, sesta e nona), troviamo questa rubrica: [Horae minorae] absolute inchoantur a psalmis infra signatis, ossia: “Le ore minori iniziano absolute, cioè senza versetti, segni di croce, senza nessun elemento introduttivo, direttamente – con i salmi indicati sotto.”

Ad esempio, l’Ora Prima inizia direttamente con Salmo 53: Dio, per il tuo nome, salvami. Si ricorda che questo stile di cantare i salmi è proprio arcaico – antichissimo.

Diversamente, secondo la Regola di San Benedetto, tutte le ore canoniche hanno qualche elemento introduttivo.  Vediamo, quindi, una innovazione da parte di San Benedetto che, parlando delle ore minori dice: “All’inizio si dica il versetto: Deus in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina (Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto)” (RB 18:1). Perché questa innovazione? Non si faceva così, infatti, prima di San Benedetto.  Perché questo versetto salmico in particolare? Nella tradizione monastica, dove si trova una trattazione intorno a questo versetto? Negli scritti di San Giovanni Cassiano, quando insegna un metodo da usare per la preghiera incessante. Cito un brano dalla Conferenza X di San Cassiano – lo stile è un po’ prolisso, ma il messaggio è chiaro:

Abba Isaia spiega a Cassiano e al suo compagno Germano: “Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvisuti, così pure do noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi [avidi, bramosi] di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggingere un continuo ricordo di Dio: Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina [Sal 69]” (Conf. X,10).

Poi, Abba Isaia spiega tutti i pregi di questo versetto salmico, e perché è adatto alla preghiera incessante.

Allora, San Benedetto è stato formato dalla tradizione monastica che esisteva già secoli prima di lui. Egli dispone che i suoi monaci leggano le Conferenze di San Cassiano. Infatti, San Benedetto individua il nucleo dell’insegnamento di Cassiano sulla preghiera incessante – e cioè l’uso di questo versetto – e con uno slancio innovativo, prefigge questo versetto a tutte le ore dell’Ufficio Divino.

Che cosa vuol dire tutto questo? San Benedetto vuole fare un ponte tra la preghiera personale e la preghiera liturgia. Il ponte è, infatti, la preghiera incessante.

SECONDO INDIZIO

I nostri padri vivevano in un’epoca in cui si esprimeva il senso della vita per mezzo dei simboli. Un aspetto importante di questo mondo simbolico era costituito dai numeri. Ascoltate un brano della Regola, cap. 16, che insiste su questa simbologia:

“Si deve osservare quello che dice il Profeta: Sette volte al giorno io canto la tua lode. Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo: Sette volte al giorno canto la tua lode. Quanto alla veglie notturne infatti il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. Rendiamo dunque lodi al nostro Creatore per le sentenze della sua giustizia a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte” (RB 16).

Perché questa insistenza che i monaci cantino le ore diurne dell’Ufficio Divino sette volte ogni giorno? Perché il numero 7 significa completezza, totalità – significa che i monaci pregano sempre, incessantemente.

Ecco due piccole spie nella Regola di San Benedetto che ci aprono vasti orizzonti. La preghiera liturgica – e qui si tratta in particolare dell’Ufficio Divino – è organizzato in modo che queste forme liturgiche aiutano il monaco a pregare sempre, incessantemente. O in altre parole, aiutano il pesce a rimanere nell’acqua.

TEMPO IMPIEGATO NELLA PREGHIERA LITURGICA / PERSONALE

Questa immersione totale ha delle implicazioni concrete, perché la vita quotidiana del monaco viene organizzata attorno a questi momenti di preghiera. Poniamoci questa domanda: Quanto tempo ogni giorno viene impiegato nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto? (Potrei darvi subito la risposta, ma sarebbe un approccio noioso!  È più interessante scoprirlo personalmente).

Ci sono due considerazioni:

1) l’Ufficio Divino (preghiera liturgica per eccellenza) e

2) la lectio divina (la ruminazione sulla Pagina Sacra della Bibbia).

Stranamente, San Benedetto dice ben poco sull’Eucaristia, non descrive la liturgia della Messa; questa lacuna viene riempita dalla tradizione sviluppatasi dopo San Benedetto.

La preghiera liturgica

Vorrei elencare tutti i momenti di preghiera liturgica della giornata, secondo la Regola e la tradizione. Però, la mia capacità matematica è pessima – dovete aiutarmi a fare il calcolo. Anzi, facciamo due calcoli: uno per i giorni feriali, l’altro per i giorni festivi.

  1. Il Mattutino: di solito dura attorno ad un’ora, ma la domenica e nei giorni festivi, può durare un ora e mezzo, o anche di più.

                                                                                                         Feriali         Festivi

[da un’ora ad un’ora e mezzo]                                                    1,00             1,30

  1. Le lodi: attorno a 40 minuti

[40 minuti]                                                                                     1,40             2,10

  1. L’ora prima insieme all’ufficio del capitolo: 30 minuti

[30 minuti]                                                                                     2,10             2,40

  1. Le ore minori terza, sesta e nona: 10 minuti ciascuna

[30 minuti]                                                                                     2,40             3,10

  1. La Messa cantata – da 50 minuti ad un’ora

                 La Messa solenne – un ora e mezzo

[da un ora ad un ora e mezzo]                                                    3,40             4,40

  1. I Vespri: attorno a 30 minuti

[30 minuti]                                                                                     4,10             5,10

  1. La compieta: 20 minuti

[20 minuti]                                                                                     4,30             5,30

Ecco il tempo impiegato per la preghiera liturgica. L’orario monasticoprevede anche la preghiera personale, la lectio divina. Leggo la descrizione di San Benedetto, e di nuovo, vi invito a fare il calcolo. La domanda è questa: quanto tempo viene dedicato alla lectio divina? Anche qui, si deve distinguere tra giorni feriali e giorni festivi.

Si tratta del cap. 48: Il lavoro manuale di ogni giorno. Non leggo tutto il capitolo, solo quei brani che dispongono l’orario per la lectio divina.

“L’ozio è nemico dell’anima, e perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lectio divina.

Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo con il seguente orario:

+ da Pasqua fino alle calende di ottobre…dall’ora quarta (10,00) fino a quando celebreranno sesta (12,00) attendano alla lettura.

 [2 ore]

+ A partire invece dalle calende di ottobre fino all’inizio della quaresima attendano alla lettura fino a tutta l’ora seconda… (dalle 6,00 alle 8,00)

[2 ore]

+ Nei giorni della quaresima poi, dal mattino fino a tutta l’ora terza attendano alle proprie letture… (dalle 6,00 alle 9,00)

[3 ore]

+ Anche nel giorno della domenica, attendano tutti alla lettura, tranne quelli incaricati nei diversi servizi.

 [diverse ore]

Apro una parentesi: il sistema romano di calcolare il tempo consisteva nella divisione del giorno in 12 ore, e la notte in 12 ore: il che vuol dire che nel periodo estivo, le ore diurne sono più lunghe e le ore notturne più brevi; similmente, durante il periodo invernale, le ore diurne sono più brevi e le ore notturne più lunghe. Comunque sia, per commodità, facciamo il nostro calcolo basato su di un’ora di 60 minuti. Chiudo la parentesi.

La somma tra preghiera liturgica e preghiera personale?

Giorni feriali

+ fuori della quaresima: 6,30

+ quaresima: 7,30

Domenica e giorni festivi con l’orario domenicale: 7,30 +

Perché così tanto tempo di preghiera? Uso un’altra analogia, non quella del pesce, ma l’immagine di un campo sassoso che si deve arare. E’ necessario arare i solchi ripetutamente, anno dopo anno, per avere la terra veramente fertile. Allora, il nostro cuore è un campo sassoso, e ci vuole tanta preghiera, per arare bene quel campo.

I SALMI

Qual è il contenuto principale dell’Ufficio Divino? Una percentuale molto alta di tutte queste ore di preghiera consiste nella recita dei salmi.

Per capire l’importanza fondamentale dei salmi come parte essenziale della preghiera monastica, dobbiamo fare un piccolo esercizio di ermeneutica della Regola. Citerò tre brani, che si somigliano. Il vostro compito è di individuare le frasi uguali e la frasi diverse.

RB 4:21 Nihil amori Christi praeponere

               Nulla all’amore di Cristo anteporre

RB 72:11 Nihil omnino Christo   praeponant

                 Nulla a Cristo antepongano assolutamente

RB 43:3  Nihil operi Dei praeponatur

                Niente all’Opera di Dio deve essere anteposto

Quali sono le espressioni uguali? Le espressioni diverse?

Se cerchiamo di interpretare bene che cosa vuol dire Opus Dei nella Regola, cioè, l’Ufficio Divino, il parallelismo di questo schema può aiutarci. Si tratta di capire l’oggetto del verbo praeponere. Ovviamente, la parola Christo e la frase l’amore di Cristo sono intercambiabili. Ma sembrerebbe che Christo sia anche intercambiabile con l’Opus Dei. In altre parole, il contenuto dell’Ufficio Divino altro non è che Cristo stesso: Nulla anteporre a Cristo, nulla anteporre all’Ufficio!

Questa affermazione va approfondita, perché la conclusione non è evidente.

In che cosa consiste principalmente l’Ufficio Divino? Nei salmi. Anzi, San Benedetto indica che se i monaci si alzano tardi e quindi si deve abbreviare qualche cosa, si possono abbreviare le letture, ma non i salmi! Possiamo dire, dunque, che il contenuto dell’Ufficio è Cristo, presente nei salmi.

Come è possibile? I salmi sono dell’Antico Testamento: che cosa hanno a che fare con Cristo? Ci sono due possibili risposte:

  1. Secondo i criteri del metodo storico-critico, i salmi non hanno niente a che fare con Cristo.
  1. Secondo i criteri dell’interpretazione della Sacra Scrittura come viene attualizzata nel Nuovo Testamente, nei Padri e nella Liturgia – cioè, l’interpretazione spirituale – i salmi hanno tutto a che fare con Cristo.

Vi do due esempi:

  1. L’introito per la Messa di Natale a mezzanotte viene dal Salmo 2: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).

Secondo il senso storico, si tratta di un salmo di intronizzazione del re d’Israele, in cui Dio, con un decreto solenne, fa del re il suo figlio adottivo.

Ovviamente, la Liturgia fa una interpretazione cristologica. Chi parla? Dio Padre. Quando ha il Padre generato suo Unigenito Figlio? Non a Natale!  A Natale, la madre – Maria – partorisce il Figlio incarnato. Ma la generazione del Figlio è una realtà prima della creazione del mondo, prima che il tempo esistesse, un momento eterno si potrebbe dire. La liturgia, quindi, meditando su questo versetto salmico, approfondisce il testo del Credo che recita: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”.

Questo metodo dell’interpretazione spirituale è stato descritto da Sant’Agostino con una frase lapidaria: “Tutto l’Antico Testamento parla di Cristo o ci esorta alla carità.”

In questo versetto preso dal Salmo 2, vediamo che il Salmo parla di Cristo.  Nel secondo esempio che vi darò, vedremo come un altro salmo ci esorta alla carità.

  1. Nel prologo della Regola, c’è una allusione al Salmo 136 nel contesto di una descrizione della lotta spirituale:

“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).

Vediamo il salmo che corrisponde a questo brano della Regola. E’ un lamento, cantato dai deportati in Babilonia, che termina con una maledizione abbastanza brutta.

Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo

al ricordo di Sion.

Ai sàlici di quella terra

appendemmo le nostre cetre.

 

Là ci chiedevano parole di canto

coloro che ci avevano deportati,

canzoni di gioia, i nostri oppressori:

“Cantateci i canti di Sion!”

 

Come cantare i canti del Signore

in terra straniera?

se ti dimentico, Gerusalemme,

si paralizzi la mia destra.

 

Mi si attacchi la lingua al palato

se lascio cadere il tuo ricordo,

se non metto Gerusalemme

al di sopra di ogni mia gioia.

Fin qua, tutto va bene. E’ un lamento molto bello, commovente, che ispira sentimenti di compassione. Ma il salmo prosegue; ci sono ancora due strofe che formulano una maledizione. Nella Liturgia delle Ore attuale, hanno tolto quest’ultima parte, perché il principio adoperato dai compilatori era quello dell’interpretazione esclusivamente storica. I Cristiani non possono usare una maledizione nella loro preghiera, e quindi, si devono omettere questi versetti.

La tradizione liturgica della Chiesa, però, ha sempre incluso questi versetti, perché il principio adoperato era sempre quello dell’interpretazione spirituale. Mi spiego. Ecco l’ultima parte del salmo:

Ricordati, Signore, dei figli di Edom,

che nel giorno di Gerusalemme

dicevano: “Distruggete, distruggete,

anche le sue fondamenta!”

(I popoli di Edom, che abitavano a sud-est del Mar Morto, erano nemici storici d’Israele, e hanno collaborato con i Babilonesi nella distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.)

Adesso viene la maledizione:

Figlia di Babilonia devastatrice,

beato chi ti renderà quanto ci hai fatto!

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli

e li sbatterà contro la pietra!

L’uccisione crudele e barbarica dei bambini innocenti non è una cosa bella. Come è possibile che preghiamo questo salmo? Ascoltate ciò che fanno i Padri: un’interpretazione di profonda intuizione psicologica e spirituale.  Ecco il ragionamento:

  1. I Babilonesi sono nemici, e i nostri nemici sono il diavolo e tutto il suo esercito.
  2. Ma non si tratta di adulti Babilonesi, guerrieri, ma di bambini, quindi di tentazioni cattive del diavolo quando sono ancora piccole, impotenti, deboli.
  3. Si parla, poi, di una pietra. Che cosa vuol dire? San Paolo dice nella 1 Cor 10, che gli Israeliti durante l’Esodo “bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10:4). San Paolo adopera il metodo spirituale per interpretare l’Antico Testamento.  Anche nel nostro caso, la roccia è Cristo.
  4. Conclusione: quando le tentazioni iniziano il loro attacco, quando sono ancora deboli, come bambini, precisamente in quel momento dobbiamo afferrarli e sbatterli contro la pietra che è Cristo. Se, invece, indugiamo, e lasciamo queste tentazioni / bambini crescere, diventeranno guerrieri, più forti di noi, e saremo sconfitti nella lotta spirituale.

Ascoltiamo ancora una volta le parole di San Benedetto:

“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontanto dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).

Vedete? I salmi parlano di Cristo e della nostra vita spirituale in Cristo. Il monaco è immerso nel mondo dei salmi, ogni giorno. Il suo immaginario simbolico è formato dalla Bibbia (non dal televisore o dall’internet). La liturgia in genere, e i salmi dell’Ufficio in particolare, formano il monaco e lo nutrono.

IL CANTARE

L’ultima categoria è il canto. I monaci non recitano ma cantano la liturgia. Nel monastero di Norcia, cantiamo tutto – tutto l’Ufficio e tutta la Messa.

Quando io sono da solo, in viaggio, o fuori del monastero, anche da solo canto l’Ufficio. Il canto è essenziale per la liturgia monastica, perché esprime meglio tutti i sentimenti del cuore. Il Canto Gregoriano, a causa della sua antichità, del rapporto tra musica e parola, delle tonalità che sono diverse da quelle moderne – per tutti questi motivi, il canto gregoriano ha una bellezza del tutto particolare. E’ un canto creato per la liturgia, non per altri contesti, e quindi ha tutte le caratteristiche della musica liturgica di cui parla Papa Pio X: un musica sacra, bella, universale.

Cerchiamo di sviluppare questo tema del canto monastico, canto liturgico, prendendo in considerazione quattro punti:

  1. Il canto e i sentimenti del cuore
  2. Cantare: un atto comunitario
  3. Il cantare come partecipazione ai cori celesti
  4. Il canto esprime l’unità della fede
  1. Il canto e i sentimenti del cuore

Il canto serve da veicolo per esprimere i sentimenti più profondi dell’anima – ha quindi un ruolo espressivo. Sant’Agostino descrive i suoi sentimenti quando ascoltava i canti a Milano, dove Sant’Ambrogio aveva dato uno slancio notevole alla forma musicale dell’inno.

Agostino era molto consapevole del potere emotivo del canto, e ne aveva un certo sospetto, allo stesso tempo riconoscendo l’effetto positivo del canto liturgico, confessava di essere stato commosso anche lui.

Talora esagero in cautela contro questo tranello [la pericolosa sensualità della musica]. Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa tutte le melodie delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici… Quando però mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi della mia fede riconquistata e alla commozione che oggi ancora suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica (Confessioni, X, xxiii, 40).

La salmodia comunica efficacemente non soltanto il contenuto delle parole cantate, ma ha un altro effetto subliminale, intuitivo. Ad esempio, quando sono agitato, e vado ai Vespri in questo stato d’animo, dopo che le onde della salmodia hanno bagnato la sponda del mio cuore, mi sento più tranquillo, e quando i Vespri si concludono, mi trovo di nuovo in pace. Troviamo la stessa esperienza nella Bibbia. Si ricorda che il re Saul era afflitto da un tipo di follia. “Allora i servi di Saul gli dissero: “Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio… Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sm 16:15-16; 23).

  1. Cantare: atto comunitario

L’atto di cantare non è soltanto una questione personale, ma anche comunitaria. I monaci cantano insieme. Questo fatto è già una scuola di formazione! Il prefazio della Messa descrive gli angeli, gli arcangeli, i Cherubini e i Serafini cantando all’unisono: una voce dicentes. Questa armonia è anche l’obiettivo del coro monastico, e quindi dobbiamo ascoltare agli altri confratelli, moderare la voce, il ritmo, il volume per conformarsi al canto della comunità. Il monaco singolo deve diventare umile.

Se no, se il monaco è superbo e vuole esibirsi, o vuole manipolare il coro affinché la comunità segua il suo ritmo e il suo stile personale, non c’è più armonia, e si sente la dissonanza. Papa Benedetto XVI, nel suo famoso discorso al Collège des Bernardins a Parigi, sulla cultura monastica, cita San Bernardo, che rimprovera severemente i monaci che disturbano l’unità del canto. San Bernardo dice che con tale comportamento, il monaco abbandona la somiglianza di Dio, e si precipita nella regio dissimilitudinis, “nella zona della dissomiglianza, in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se  stesso, dal vero essere uomo.”1

Questo giudizio di San Bernardo è molto severo, ma si vede quanto importante per lui è il canto all’unisono.

  1. Partecipazione ai cori celesti

Abbiamo citato la formula conclusiva del prefazio che descrive il canto dei cori celesti una voce dicentes. E’ significativo che il canto dei monaci non è semplicemente un’attività umana, di cultura musicale. E’ invece una partecipazione alla liturgia celeste. Per questo, San Benedetto dice: “Sappiamo per fede che dappertutto Dio è presente e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi, ma dobbiamo crederlo senza dubbio alcuno soprattutto quando partecipiamo all’Opera di Dio. Perciò teniamo presente sempre quello che dice il profeta: Servite il Signore nel timore, e ancora: Salmodiate con sapienza e: In presenza degli angeli canterò per te. Badiamo dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi angeli, e poniamoci a cantare i salmi in modo che il nostro spirito sia in accordo con la nostra voce” (RB 19:1-7).

  1. L’unità della fede

Ci sono tanti aspetti del canto liturgico che potrei sviluppare ancora, ma mi limito ad uno in più. Il canto ha la capacità di unire tutti i misteri della fede nell’unità di una singola intuizione. Vi do un esempio.

Il Martirologio per il Natale, traccia tutta la storia della salvezza, fino all’incarnazione del Figlio di Dio. In un crescendo di intensità, dopo aver menzionato il periodo di pace sotto l’imperatore Augusto, il Martirologio proclama la nascita del Salvatore con queste parole e con questa melodia:

Immagine 1

Ripeto l’ultima frase: Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem. Avete mai sentito questa intonazione, questa melodia? Da dove viene? Quando viene usata nella liturgia?

Ascoltae: Passio Domini nostri Iesu Christi secundum Matteum.

Vedete? La melodia della proclamazione della nascita di Cristo riprende esattamente la melodia della passione. Perché? Perché il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvarci dai nostri peccati per mezzo della sua passione. Ecco: l’unità dei misteri della fede, comunicata con grande semplicità, per mezzo di una cantilena liturgica.

CONCLUSIONE

Il rapporto tra Monachesimo e Liturgia è un rapporto di immersione totale. In questo breve incontro, vi ho dato uno schizzo di alcuni elementi che formano quest’ambiente speciale.

  1. La preghiera incessante
  2. La mole di tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica
  3. I salmi
  4. Il canto

Ce ne sono tanti altri. Concludo, quindi, con un invito: Venite e vedrete! La mia descrizione stasera è una cosa; la vostra esperienza sarà un’altra.

Vi invito ad un mondo di bellezza, di ascetismo, di profonda spiritualità, di incontro con il Signore. Venite, “voi tutti che siete affaticati e oppressi…e troverete ristoro per le vostre anime” (cf. Mt 11:29).

1 Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi: 12 settembre 2008), p.4.

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Il pellegrinaggio Parigi-Chartres parla italiano

Riceviamo dagli amici del coetus fidelium “San Remigio Vescovo” di Verona (http://www.sanremigioverona.org/) il resoconto della partecipazione del capitolo italiano “Immaculata Corredentrix” al Pellegrinaggio Parigi-Chartres.
Lo pubblichiamo con gioia, certi che il resoconto dei pellegrini di Pentecoste spronerà tutti i coetus italiani a partecipare con entusiasmo al pellegrinaggio nazionale a Norcia, che si terrà dal 3 al 5 luglio prossimi.

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“Immaculata Corredemptrix”, questo il titolo del capitolo italiano che ha partecipato al 33° pellegrinaggio Parigi – Chartres con la guida dei frati della Piccola Famiglia dell’Immacolata e di San Francesco. Il nutrito gruppo, formato da giovani provenienti da diverse regioni della nostra penisola, si è subito contraddistinto per la coesione ed il senso di sincera amicizia formatisi tra i partecipanti. Fin dalle prime luci dell’alba del primo giorno, dopo le presentazioni di rito, tutti i pellegrini italiani, una volta strettisi alla croce del capitolo, hanno subito intuito che sarebbe stata un’esperienza fantastica ed unica: entrare nella Cattedrale Notre Dame de Paris strapiena di fedeli, uscire per le strade di una Parigi che lentamente si risvegliava, accompagnata dai canti che ogni capitolo elevava nella propria lingua nazionale; osservare centinaia di giovani, ragazzi e ragazze, con la corona del rosario tra le mani, fieri di recitarla. E allora ti accorgi di quanto sia bello essere cattolici, di quanto la Santa Chiesa di Roma, ovunque Essa sia, possa unire ed integrare persone di diversa età, di diversa cultura e di diversa nazionalità. E pregare tutti insieme, nella stessa lingua, quella lingua latina che rendeva ancor più solenne il cammino e più sicuro e fermo il passo.

A volte il pellegrinaggio poteva sembrare una dura marcia, dovendosi rispettare i tempi di percorrenza e per la brevità delle soste, ma la preghiera del rosario, i canti e le riflessioni dettate dai bravi frati, hanno sempre addolcito la fatica. E ti chiedi dove stai andando e perché sei lì, lasciando ogni impegno di lavoro o di studio per partecipare ad un evento che a molti potrebbe sembrare qualcosa di singolare rispetto alla cultura dominante, qualcosa che non ti appartiene. Ed invece no. Capisci che esso è il tuo cammino interiore oltre che fisico e lo stai compiendo con un unico scopo: vivificare la fede in Cristo.

Comprendi allora e ancora di più quanto sia bella, profonda e viva la liturgia latina antica quando hai modo di osservare che non è solo per anziani nostalgici, come qualcuno vorrebbe far credere, perché vedi che quasi tutti i partecipanti sono tuoi coetanei e non puoi non meditare le parole del salmo, proprio quelle che si profferiscono ai piedi dell’altare all’inizio di ogni santa messa, “ad Deum qui laetificat juventutem meam”.

Il primo giorno termina al bivacco di Choisel. Scende la sera e le luci delle tende iniziano lentamente a spegnersi. Sei stanco e dolorante ma senti ancora una necessità: andare alla tenda bianca, quella illuminata, dove è esposta la statua della Beata Vergine. Vinci la stanchezza e vai, anche per soli cinque minuti, e ti senti il cuore ricolmo di gioia quando comprendi che il tuo pensiero è stato anche quello di moltissimi altri pellegrini! Stessa gioia e forse ancor più stupore la sera successiva, domenica di Pentecoste, quando nel campo di Gas si svolge la veglia notturna innanzi al Santissimo Sacramento. Nel buio della notte un surreale silenzio, impensabile spesso – e purtroppo – anche nelle nostre più piccole chiese; ed ecco un esercito di adoratori instancabili: soldati barcollanti per la stanchezza dovuta alla lunga marcia, come se fossero feriti, ma che si inginocchiano a lungo – e sostano – nel buio della notte dinnanzi a quella sublimissima presenza. Non senti più la stanchezza e le tue ginocchia non sentono neppure il peso della fatica. Rimani lì, immobile, ed apri il tuo cuore a Cristo. E’ ormai notte ma ancora in ogni angolo puoi vedere sacerdoti disponibili per le confessioni e la grazia dei sacramenti che continua ad essere dispensata. E’ la notte di Pentecoste e mai come quest’anno, chi scrive, ha potuto far veramente suoi i bellissimi versi del Manzoni negli Inni Sacri, “La Pentecoste” per l’appunto: “Madre de Santi; immagine della città superna; del Sangue incorruttibile conservatrice eterna, tu che, da tanti secoli, soffri, combatti e preghi; che le tue tende spieghi dall’uno all’altro mar”.

E’ questa la Chiesa Cattolica militante. Sono questi i soldati di Cristo e Cristo saprà ricompensare ognuno di questi suoi figli e militi con copiose grazie: sicuramente anche donando alla sua Chiesa nuove vocazioni religiose e sacerdotali, oggi necessarie più che mai. Anche questa esperienza arriva alla fine, all’ombra delle alte guglie della Cattedrale di Chartres e l’emozione dei primi giorni si trasforma in soddisfazione e desiderio di rivivere la stessa esperienza l’anno successivo ed allora comprendi ancora più chiaramente che la letizia dei tuoi giovani anni e della tua vita intera è solo il Signore Nostro Gesù Cristo.

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S. Messa alla Marcia per la Vita: l’omelia di mons. Agostini

V Domenica dopo Pasqua.

Chiesa di San Giorgio al Velabro, 10 maggio.

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Sia lodato Gesù Cristo! Come al principio del tempo pasquale la liturgia della V Domenica dopo Pasqua è di festa e di gioia: la Chiesa non si stanca di celebrare il giubilo della resurrezione del Signore, le grazie della redenzione che sono state riversate nei nostri cuori e che fecondano la nostra vita. Ma la debolezza che il peccato originale ha impresso alla natura umana, tuttavia, inclina a svicolare da ciò che di meglio siamo e abbiamo, a lasciare la via della Grazia per tornare a quella della lontananza, della latitanza e della deresponsabilizzazione. Perciò, nella Colletta abbiamo invocato la Grazia divina dispensatrice di ogni bene, giacché i nostri pensieri e le nostre azioni per essere buoni devono venire da Dio. Abbiamo chiesto due grazie: quella di pensare bene e quella di agire bene, di pensare rettamente e di conformare la nostra condotta all’ideale indicato. Il duplice invito allo sforzo personale e alla preghiera stabilisce in noi l’equilibrio dell’ascesi cristiana.

Abbiamo chiesto di avere idee rettequae recta sunt”. Le idee rette, vere, sono quelle ispirate dalla Grazia, che si ottengono con la ricerca continua e sincera della Verità, con la retta ragione illuminata dalla Fede, si chiedono con la preghiera, si rafforzano con la pratica dei Sacramenti, si coltivano attraverso lo studio serio, le buone letture e le buone conversazioni e con lo sforzo della loro messa in pratica. Ma nel campo della nostra anima, e in quello del mondo, crescono anche le idee storte, contorte, sbagliate; nel nostro tempo queste paiono in aumento, si camuffano con una parvenza di verità che confonde di più e distrugge più profondamente. Fin dall’inizio queste idee vengono dal principe di questo mondo che ha invidia del Creatore, e odia le sua creazione, soprattutto l’uomo, la creatura più simile a Dio. Oggi le idee che devastano maggiormente son quelle che mirano a rovinare la somiglianza con Dio, la verità della natura umana, la verità dell’identità dell’uomo: “Fece l’uomo a sua immagine: a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gn 1,27). Vediamo questa verità minata sin nella più tenera età dei bimbi, vediamo il tentativo subdolo, pervicace, sistematico di alcuni filoni culturali d’intromettersi nel rapporto educativo genitori-figli con la pretesa di soppiantarne il ruolo come ben acclarano anche certe ingannevoli pubblicazioni in casa cattolica. Le idee fuorvianti che insidiano la verità primordiale della creazione crescono dalla triste pianta della negazione di Dio, si alimentano nella separazione da Lui e nel rigetto della vita della Grazia, e raggiungono lo scopo con l’oltraggio a Dio e la distruzione dell’uomo.

Le idee rette generano propositi buoni, buone intenzioni, il desiderio di tradurre in atti ciò che il Signore ha ispirato, ciò che la ricerca e la pratica della Verità ha fatto conoscere. I propositi buoni sono necessari, ma non sono sufficienti. La saggezza popolare assicura che: “solo di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”, ossia con le sole buone idee, con i soli buoni propositi che non divengono mai atti, non si va in Paradiso. Le idee rette raggiungono il loro scopo nelle buone azioni e si arriva alle azioni rette attraverso propositi santi e decisioni coraggiose e responsabili.

Le intenzioni buone, attraverso le decisioni, devono divenire azioni! Ciò che ci costruisce come persone sono gli atti, le azioni: “quae recta sunt… éadem faciamus”. Dalle buone idee derivano buone intenzioni che determinano buone azioni. Gli atti buoni creano ambienti buoni, solidarietà buone, buoni circuiti, buona convivenza cristiana e civile. Proprio il contrario delle idee cattive che alimentano cattive intenzioni, e attraverso cattive decisioni producono atti cattivi che distruggono anziché costruire. La vita genera vita, la morte morte! A una mente serena e onesta ciò appare molto chiaro già su questa terra. Tuttavia l’esito più importante e definitivo lo si avrà con la vita o con la morte eterna. Non dobbiamo sbagliarci: ciò che ci costruisce per il Paradiso o distrugge per l’Inferno è la qualità delle azioni terrene. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” sulle buone azioni fatte o non fatte, sulle azioni cattive fatte o evitate, saremo giudicati sulla Fede, sulla Speranza, sulla Carità tradotte in atti concreti. Anche la marcia per la Vita è un atto concreto. Levare la voce in difesa della vita umana su questa terra, è conditio sine qua non per parlare agli uomini del nostro tempo della Vita eterna. Come potremo convincere il mondo che vuole eclissare Dio dal proprio orizzonte, come potremo parlargli della Risurrezione di Cristo, della Vita che non ha fine, della Vita eterna, se non parliamo e agiamo in difesa della dignità della vita terrena, della sua intangibilità dal sorgere nel seno della madre fino al suo naturale morire? La dignità della vita umana (Humane vitae), il Vangelo della vita (Evangelium vitae) fondamento di ogni famigliare consorzio (Familiaris consortio), dev’essere gridato dai tetti, per le vie e sulle piazze, da pastori e gregge insieme come ci hanno insegnato San Giovanni Paolo II e, in vita e in morte, l’amico Mario Palmaro e come anche oggi ha esortato a fare Papa Francesco. Ne va della Vita eterna!

L’Apostolo Giacomo ricorda con intensità questo nella sua epistola: “Carissimi: fatevi esecutori della parola – ossia mettete in pratica ciò che il Signore ha ispirato, lasciate che dalle buone idee nascano buone intenzioni che si traducono in buone azioni – e non soltanto uditori, ingannando voi stessi” (I,22). Il cristiano che si piega a guardare alla legge della sua vita “alla legge perfetta di libertà e persevererà, non da ascoltatore smemorato, ma da esecutore laborioso, costui sarà beato nella sua attività”. Il cristiano che guarda alla Verità ed è sollecito nel metterla in pratica, trova la sua felicità in ciò che fa. Gli antichi dicevano che la virtù è paga di se stessa. Fare il bene è la nostra vera felicità, anche se talvolta siamo ripagati, da chi il bene non lo compie e non lo vuole, con il male. Se il cristiano non fa così “huius vana est religio, la sua religione è vuota” ammonisce l’Apostolo. E’ questo dinamismo santo della Fede, che fece crescere la Chiesa e la societas nell’età dei martiri, che rese grande il Medioevo e ogni stagione splendida della vita della Chiesa, con le sue multiformi opere e che rende lieta e feconda la vita quotidiana del cristiano, il quale non trova vera pace e soddisfazione se non nell’intima consapevolezza d’aver vissuto la sua religione con opere degne.

Il Vangelo assicura che se chiediamo quanto l’orazione Colletta suggerisce il Signore esaudisce. L’unione dei discepoli con Gesù è talmente stretta che la loro preghiera è una con la sua: il Padre li ama e li esaudisce come ama ed esaudisce suo Figlio. Nei Vangeli del tempo pasquale l’invito alla preghiera è frequente: la preghiera è messa in relazione con la discesa dello Spirito Santo e con la preghiera di Gesù stesso per i suoi. I tre giorni delle Rogazioni che precedono la solennità dell’Ascensione, hanno il tono dell’insistente preghiera per ottenere la grazia e la benedizione di Dio sulla campagna e sui raccolti dell’anno. Le rogazioni nacquero nel V secolo, allorquando, in seguito alle calamità che si abbatterono nel delfinato di Vienne, il vescovo san Mamerto stabilì una solenne processione penitenziale da celebrarsi nei tre giorni prima dell’Ascensione. Nel 511 il concilio d’Orleans estese la pratica alla Francia e da qui l’uso si propagò alla Chiesa intera. Preghiamo per le necessità della Chiesa e per il mondo intero: “Ab omni malo et peccato, ab ira tua, libera nos Domine”, “a subitanea et improvvisa morte, ab insidiis diaboli, ab ira et odio et omni mala voluntate, libera nos Domine”, “a spiritu fornicationis, a fulgure et tempestate, a flagello terraemotus, a peste fame et bello, a morte perpetua, libera nos Domine”. Vediamo che necessità e pericoli sono ancora quelle del V secolo, ciò che più raramente vediamo è il ricorso alla preghiera e alla penitenza per esserne liberati. In alcuni luoghi le Rogazioni si fanno. Lunedì, martedì e mercoledì forse non avremo la possibilità fisica di parteciparvi, tuttavia potremo unirci spiritualmente a quei fedeli che andranno nei luoghi dove le Litanie minori si celebrano, attraverso la lettura dei testi delle Rogazioni nei messalini e il digiuno.

Celebrando la Messa ricordiamo che il Signore esaudisce in egual misura sull’altare e nella vita là dove si domanda sacrificio. Sacrificio in chiesa e per strada: così  “Completiamo nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo”. Sia lodato Gesù Cristo!

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Nuove S. Messe a Ferrara

Coetus fidelium

Nuovo Movimento Liturgico Benedettiano Ferrara
aderente al

COORDINAMENTO NAZIONALE DEL SUMMORUM PONTIFICUM 

www.summorumpontificum.org

_______________________________________________________________

In onore del Sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo

Chiesa di S. Chiara

Corso Giovecca 179, Ferrara

A partire da venerdì 5 p.v., tutti i venerdì del mese di giugno

Ore 19.00

S. Messa in Rito Romano Antico

Secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum di S.S. Benedetto XVI

________________________________________________________________________________

Pausa Estiva per le Celebrazioni Domenicali e Festive

Domenica 31 Maggio alle ore 17 sarà celebrata l’ultima S. Messa Festiva nella Forma Straordinaria del Rito Romano presso la Chiesa di S. Chiara, C.so Giovecca, 179 in Ferrara, prima della pausa estiva.

Le celebrazioni Festive riprenderanno regolarmente dopo l’estate, in data da stabilire, ma che sarà tempestivamente resa nota. Anche di alcune celebrazioni che si terranno durante l’estate verrà data comunicazione (si veda ad esempio la comunicazione relativa ai venerdì di giugno).

Nel frattempo desideriamo ringraziare l’Arcivescovo Mons. Luigi Negri, che “ha ribadito più volte, ed in più occasioni, che la forma extra-ordinaria è bene accolta nella sua Arcidiocesi e deve essere offerta a tutti coloro che lo chiedano nei modi debitamente indicati dal […] Motu Proprio [Summorum Pontificum]”, Don Enrico Peverada, incaricato per la celebrazione della S. Messa in rito antico in diocesi, gli altri sacerdoti che collaborano con lui, e la Fraternità di Comunione e Liberazione di Ferrara, per l’ospitalità che ci hanno offerto presso la Chiesa di S. Chiara.

 
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Correggio (RE): S. Messa cantata in memoria del Beato Rolando Rivi

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TUTTI A NORCIA DAL 3 AL 5 LUGLIO PER UN’INTENSA ESPERIENZA SPIRITUALE!

Il CNSP organizza il

Pellegrinaggio Nazionale

dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum

2015 - NORCIA - FOTO ARTICOLO

SULLE ORME DI BENEDETTO

al ritmo della liturgia tradizionale

 insieme ai Monaci di Norcia (OSB)

Ecco il programma:

venerdì 3 luglio 2015

dalle h. 17,00: accoglienza dei pellegrini

h. 19,45: Compieta in Basilica con i Monaci

dalle h. 20,00: cena libera

sabato 4 luglio 2015

dalle h. 07,00: confessioni in Basilica

h. 07,30: partenza per chi vuole fare tutto il percorso a piedi

h. 08,30: trasferimento in pullman alla Conca di Ancarano (punto di partenza della traversata a piedi verso l’Abbazia di S. Eutizio)

h. 09,00: inizio della traversata a piedi verso l’Abbazia di S. Eutizio (circa 3 ore); l’Abbazia sarà raggiungibile anche in pullman

h. 12,00: Santa Messa secondo il Messale di San Giovanni XXIII

h. 13,30: pranzo al sacco

h. 15,00: rientro a Norcia in pullman

h. 17,30: Vespri in Basilica con i Monaci

h. 18,00: conferenza spirituale: Il discernimento vocazionale

h. 19,45: Compieta in Basilica con i Monaci

h. 20,30: cena del Pellegrinaggio

domenica 5 luglio 2015

h. 10,00: Santa Messa conventuale in Basilica

h. 11,45: commiato dei pellegrini

Per la partecipazione al pellegrinaggio, ai pellegrini di età maggiore di 16 anni è richiesto un piccolo contributo, secondo le possibilità di ciascuno, da versare direttamente in loco. Il contributo minimo richiesto è di € 5,00 per i singoli, € 10,00 per le famiglie.

La sistemazione (vitto e alloggio) dei pellegrini è libera. Per l’alloggio a Norcia, chi volesse può rivolgersi alla “Bianconi Ospitalità” (Corso Sertorio 12, 06046 Norcia; tel. 0743/816513; fax 0743/817342; mail: info@bianconi.com), che ha concordato con l’organizzazione le seguenti proposte agevolate:

 

PERNOTTAMENTO E PRIMA COLAZIONE

Best Western Hotel Salicone (*):

Camera singola:                         €   72,00

Camera doppia:                         €   90,00

Camera tripla:                            € 105,00

Camera quadrupla:                   € 120,00

Hotel 3 stelle (*):

Camera singola:                         €   64,00

Camera doppia:                         €   84,00

Camera tripla:                            €   99,00

Camera quadrupla:                   € 114,00

Dependance e Monastero, 2 stelle (*):

Camera singola:                         €   50,00

Camera doppia:                         €   63,00

Camera tripla:                            €   78,00

Camera quadrupla:                   €   93,00

(*) NB: 10% di sconto sulla seconda notte.

 

Cena dei pellegrini (sabato sera):

€ 25,00 a persona per gli adulti, bevande incluse.

pasti convenzionati per gli altri giorni:

€ 15,00, bevande incluse.

pranzo al sacco (sabato mattina):

€ 8,00 a persona (minimo 40 partecipanti)

 

Il costo del pullman andata / ritorno per e dall’Abbazia di Sant’Eutizio

è coperto dal contributo richiesto dall’organizzazione.

 

PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI,

RIVOLGERSI DIRETTAMENTE A:

Bianconi Ospitalitá

Corso Sertorio 12 – 06046 Norcia – Umbria – Italy
Tel +39 0743 816513
Fax +39 0743 817342
Mail: info@bianconi.com

NOTA BENE

I pellegrini che intendessero usufruire del pullman andata / ritorno

per e dall’Abbazia di Sant’Eutizio sono tenuti a prenotarsi entro il 24 giugno 2015 all’indirizzo mail: norcia2015@libero.it

IN MANCANZA DI PRENOTAZIONE,

L’ORGANIZZAZIONE NON GARANTISCE IL TRASPORTO.

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