A Lecce S. Messa per i cristiani in Iraq

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La “N” di “Nazareno” tracciata sulle case dei cristiani per indicare chi perseguitare

 

 

Venerdì 1 agosto, giornata mondiale di preghiera in favore dei fratelli perseguitati in odio alla Fede cristiana in Siria, Iraq e in Medio Oriente, il gruppo stabile Summorum Pontificum di Lecce  promuove la celebrazione della Santa Messa “S. Petri ad vincula” alle ore 19,30 presso la chiesa di San Francesco di Paola (piazzetta Peruzzi): tutti sono invitati a partecipare perché il Signore voglia confortare e sostenere questi Suoi nuovi martiri.

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Il CNSP con la Fraternità San Pietro per i cristiani in Iraq

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Il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum aderisce alla giornata mondiale di pubblica adorazione e di supplica promossa dalla Fraternità Sacerdotale San Pietro venerdì 1 agosto in favore dei nostri fratelli e sorelle nella fede perseguitati in Iraq, in Siria e in Medio Oriente; pertanto invita vivamente tutti i fedeli a partecipare alla fervida preghiera che si eleverà al Signore perché voglia confortare e sostenere questi Suoi nuovi martiri.

Sull’esempio delle molteplici iniziative già lodevolmente promosse da numerosi Coetus Fidelium, il CNSP esorta tutti i Gruppi Stabili a ricordare con speciale intenzione nelle Sante Messe che verranno celebrate nelle prossime settimane, i nostri fratelli perseguitati, affidandoli alla particolare materna protezione della Santissima Vergine Maria, Auxilium Christianorum.

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TUTTI A ROMA CON I BAMBINI!!

TUTTI A ROMA

CON I BAMBINI!

 per il

 III PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE

POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM

 

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Si arricchisce la proposta del CNSP per partecipare al III Pellegrinaggio Internazionale del Populus Summorum Pontificum che si terrà a Roma e Norcia dal 24 al 26 ottobre 2014. Per chi viaggia con i bambini, è ora possibile prenotare il “pacchetto famiglia”: pernottamento in istituto religioso al prezzo di € 100,00 in camera tripla a notte (due adulti ed un bambino entro 12 anni), e di € 110.00 per camera quadrupla (due adulti e due bambini entro 12 anni).

Il termine per le prenotazioni è stato prorogato al 15 luglio 2014. Per prenotare, contattate l’Agenzia Nitorin di Piacenza (nitorin@tin.it, tel. 0523/716510).

Ricordiamo a tutti anche l’offerta esclusiva generosamente proposta da Paix Liturgique, che ringraziamo di cuore. In base ad un accordo con il CNSP, Paix Liturgique offre uno sconto di 10 euro a persona sul pullman Roma-Norcia per la giornata di domenica 26 ottobre: anziché 35 euro a testa, il trasferimento andata/ritorno in pullman Roma-Norcia-Roma per partecipare alla Messa Solenne della festa di Cristo Re nell’Abbazia di Norcia costerà solo 25 euro a persona (posti limitati; prenotare presso l’agenzia Nitorin di Piacenza – nitorin@tin.it, tel. 0523/716510 – chiedendo di usufruire della tariffa agevolata ‘Paix liturgique’).

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POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM: offerta esclusiva!

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OFFERTA ESCLUSIVA!

Per il pellegrinaggio ‘Populus Summorum Pontificum’ di fine ottobre, Paix liturgique ha concluso un accordo con il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum (CNSP).

Paix liturgique offre uno sconto di 10 euro a persona sul pullman Roma/Norcia per la giornata di domenica 26 ottobre: anziché 35 euro a testa, il trasferimento andata/ritorno in pullman Roma-Norcia-Roma per partecipare alla Messa Solenne della festa di Cristo Re nell’Abbazia di Norcia costerà solo 25 euro a persona.

Posti limitati. Prenotare presso l’agenzia Nitorin (nitorin@tin.it / 0523-716510), chiedendo di usufruire della tariffa agevolata ‘Paix liturgique’.

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Don Roberto Spataro: “Il latino è patrimonio immateriale dell’umanità”

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Pubblichiamo, qui di seguito, il testo della conferenza tenuta lo scorso 12 maggio presso l’Università IULM di Milano da don Roberto Spataro SDB (fonte: Paix Liturgique). L’iniziativa è stata promossa nel quadro dell’insegnamento di Patrimoni Immateriali d’Italia, il cui titolare, prof. Matteo G. Brega, ha moderato l’incontro, al quale ha partecipato anche il CNSP, rappresentato da Marco Sgroi, coordinatore del gruppo dei promotori regionali e promotore egli stesso per l’Emilia-Romagna.

Dopo un brevissimo intervento di Sgroi, che ha sottolineato come, dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum, nonostante le innumerevoli difficoltà, la messa tradizionale abbia conosciuto una significativa diffusione anche – se non soprattutto – grazie all’impegno dei laici (in larga misura giovani, nati e formatisi dopo la riforma liturgica), il prof. Brega ha introdotto la relazione del prof. Spataro, prendendo spunto dai temi trattati nel suo corso e, in particolare, dagli studi di Carl Gustav Jung sulla Messa cattolica (espressi principalmente ne “Il simbolo della trasformazione nella Messa”, del 1942/1954, e pubblicato in Italia nel 1979).

In particolare, il prof. Brega ha ricordato che, per Jung, la bellezza è un requisito indispensabile dell’azione cultuale, giacché l’uomo non serve a dovere Dio se non lo serve anche in bellezza.

Per il pensatore svizzero – le cui riflessioni, ha rilevato il prof. Brega, oggi potrebbero essere illuminanti anche per tanti cattolici, laici e non – lo sdoppiarsi di Dio in divinità è umanità e il suo ritorno a se stesso nell’atto sacrificale contengono per l’uomo la confortante dottrina che nelle sue tenebre è nascosta una luce destinata a far ritorno alla sua sorgente, anzi che dalla luce Dio ha voluto discendere nelle tenebre per liberare ciò che giaceva in vincoli nell’oscurità e riportarlo all’eterna luce.

Il prof. Brega ha proseguito rilevando che, secondo Jung, esiste sacrificio soltanto se esso si compie in noi sensibilmente e indubitabilmente. Nell’azione sacrificale Dio diventa uomo che soffre e muore perché l’uomo conquisti la certezza della propria resurrezione, cioè si renda conto di essere partecipe della divinità attraverso la consumazione eucaristica del corpo glorificato. Ciò ha portato Jung a concludere che solo nella Messa (cioè nella Messa antica, che è quella cui si riferiva il pensatore tedesco) il sacrificio è tale nel significato migliore della parola e perciò solo nella liturgia antica viene soddisfatta la massima esigenza della nostra epoca: solo attraverso i passaggi rituali della messa antica l’uomo si è potuto rendere conto, nel corso dei secoli, di non assistere ad un rituale magico come nei tempi pagani ma a quello che Jung definisce un vero e proprio processo di individuazione (il “processo di individuazione” è uno degli elementi portanti del pensiero di Jung).

Ecco, dunque, un’ulteriore prospettiva per apprezzare l’incommensurabile valore della liturgia tradizionale, della quale è componente essenziale la lingua latina, specifico oggetto delle riflessioni del prof. Spataro, che di seguito riportiamo

Illustri professori e studenti, cari amici,nella relazione che sto per presentare, attenendomi al titolo che mi è stato affidato, svilupperò tre punti. Anzitutto, definirò il concetto di patrimonio immateriale e lo applicherò alla lingua latina; in secondo luogo, mostrerò alcune caratteristiche del latino liturgico; infine, presenterò la cosiddetta “Messa tridentina”, comunemente designata anche come “Messa in latino”, che valorizza moltissimo il latino liturgico.

1) Per definire il concetto di “patrimonio immateriale”, vorrei rifarmi ad un’iniziativa promossa circa due anni e mezzo fa da una benemerita istituzione culturale italiana, l’Accademia “Vivarium Novum”, che, con il sostegno di altri prestigiosi partner europei, ha raccolto moltissime adesioni perché l’Organizzazione delle Nazioni Unite dichiari la lingua latina e la lingua greca antica “patrimonio culturale immateriale dell’umanità “. Nella petizione che è stata diffusa, era descritto, pur se con altre parole, come “patrimonio immateriale dell’umanità” un qualche bene spirituale intangibile capace di creare una sorta di comunione diacronica tra gli uomini che ne usufruiscono. Come tutti le ricchezze culturali, esprime sempre un’esperienza significativa dell’avventura umana sulla terra che possa toccare l’anima dell’uomo in quanto tale, senza esclusioni e senza barriere nel tempo e nello spazio.

Appartengono a questa categoria lingue, non mai e/o non più parlate da nessun popolo, che hanno svolto nella storia delle idee e della cultura un ruolo fondamentale. Gli esempi sono numerosi: il sanscrito, soprattutto in India, ha trasmesso dottrine e speculazioni filosofiche da epoche remotissime fino ai nostri giorni; l’arabo classico e il persiano medievale ci hanno consegnato le meditazioni dei mistici sufi e le discussioni dei pensatori che riflettevano con profondità sui loro testi sacri e sulle opere della filosofia greca; la lingua ebraica, di recente riportata in vita con la nascita dello Stato d’Israele, ha per quasi due millenni tramandato la sapienza religiosa di una comunità di credenti dispersa nell’orbe. Queste ed altre lingue, e le civiltà che esse esprimono, costituiscono un grande patrimonio, che va rispettato, apprezzato, tutelato. Se disperso e trascurato, tutti diventano più poveri culturalmente, il che equivale a dire, tutti diventano più poveri di umanità. (1)

È a tutti evidente che il concetto di “patrimonio immateriale”, così come descritto, si applichi alle lingue latina e greca. Chi potrà negare che anche e principalmente nelle civiltà greca e latina sussistano le radici storiche e il tesoro inesauribile della memoria comune dell’Europa?

Il latino è patrimonio immortale dell’umanità perché è la lingua di autori che definiamo “classici” in quanto, secondo una felice intuizione di Italo Calvino, ogni volta che entriamo in dialogo con loro, scopriamo sempre qualcosa di nuovo che si incide nella nostra anima (2). Sono classici perciò Virgilio, con la sua dolorosa meditazione delle umane vicende, Seneca che sosteneva che tutti gli uomini hanno la stessa dignità, Agostino che, nella sua sofferta e pur serena autobiografia, ha scoperto la psicologia del profondo. Non è necessario moltiplicare i nomi dei “classici” latini ed il loro imperituro messaggio. Vorrei, invece, ricordare che, dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuto nel V secolo in concomitanza con l’irruzione di nuovi popoli, la lingua latina diventò immortale, mai più destinata a perire. A partire dal V secolo comunità civili e politiche scelsero il latino per le conversazioni quotidiane, per l’allacciamento di relazioni, per la stesura degli atti burocratici, per la composizione di opere di letteratura, per la celebrazione della preghiera. In tal modo i popoli europei, dialogando tra loro con l’uso della medesima lingua, maturavano un unico e medesimo spirito. Scrissero in latino i monaci eruditi che, maestri alla corte palatina di Carlo Magno, coltivarono gli studi umanistici ed avviarono un rinascimento delle lettere e delle arti. Tra essi eccelle Alcuino. In latino composero le loro summae di teologia i pii dottori del Medioevo per mostrare il modo in cui gli uomini, con argomentazioni razionali, possono comprendere i misteri della fede cristiana. Ed il nostro pensiero va al più grande tra essi, Tommaso d’Aquino. In latino Dante Alighieri, come altri suoi contemporanei, trattò problemi di natura politica. In latino gli umanisti dei secoli XV e XVI sostennero la grandezza e la dignità dell’uomo, come Erasmo da Rotterdam, profeta della pace, o Thomas More martire della giustizia. Usarono il latino gli autori, come Francesco de Vittoria, il grande filosofo di Salamanca, che rivendicarono i diritti inviolabili delle popolazioni indigene contrastando l’avidità deiconquistadores. In latino approfondirono temi di matematica studiosi illustri, quale Giovanni Napier che nel XVI secolo scrisse un’opera intitolata “Mirifici logarithmorum canonis descriptio” (3). Quanti capolavori di natura letteraria, filosofica, teologica, giuridica, scientifica, matematica, biologica sono stati composti in questa lingua fino al secolo XIX! E persino nell’ambito politico, il latino, era la lingua dei parlamenti, come quello croato e quello ungherese fino al secolo XIX, o la lingua della corrispondenza di uomini dotti, mercanti, esploratori, missionari: un enorme patrimonio, davvero universale nel tempo e nello spazio.

2) Negli ambiti in cui la lingua latina è stata usata eccelle senz’altro la liturgia della Chiesa Cattolica che ha quasi spontaneamente scelto la lingua di Roma per elevare la sua preghiera a Dio negli atti più solenni, i sacramenti, soprattutto la Santa Messa, e l’Ufficio divino. Tra le varie cause che hanno portato a questa felicissima simbiosi tra la preghiera ufficiale della Chiesa e l’uso del latino, vorrei ricordarne una: il latino è una lingua sacra. Gli argomenti che adduco per sostenere questa tesi sono cinque.

a) Anzitutto, le più remote testimonianze dell’uso letterario della lingua, rinviano ad un contesto rituale, gli antichissimi “carmina” perché le caratteristiche fonetiche del latino, con la sua alternanza di sillabe lunghe e brevi, con la sua sonorità robusta, ma mai sgraziata, di consonanti occlusive, ingentilita dalla frequenza di sibilanti e liquide, lo rende una lingua poetica e, dunque, la sottrae alla funzionalità della prosa, per immergerla nella sfera della bellezza, che è il mondo di Dio.b) Inoltre, il latino è una lingua “sacra”, come ha notato Michael Lang sulla scorta delle osservazioni di Christine Mohrmann, perché è immutabile (4). Il latino, infatti, nelle sue strutture morfologico-sintattiche si è fissato una volta per sempre, come ricordavamo, intorno al V secolo d.C., conoscendo solo un graduale e fecondo arricchimento lessicale.

c) La lingua sacra, tra l’altro, è disponibile a recepire prestiti da altre lingue per esprimere realtà sacre, ed il latino liturgico si è mostrato molto duttile in questo tempo, recependo grecismi ed ebraismi.

d) Infine, la lingua sacra ha una struttura retorica tipica dell’oralità e che allo stesso tempo conferisce maestà e bellezza: basta leggere una qualsiasi orazione del Messale romano per rendersi conto dell’elaborazione retorica, perfetta nella sua sobrietà: chiasmi, iperbati, allitterazioni, equilibrio perfetto tra i cola, rispetto delle clausole che danno un ritmo inconfondibile.

e) C’è ancora un motivo evidente che fa del latino liturgico una lingua sacra. I testi liturgici sono plasmati come un’eco ed un approfondimento del testo sacro per antonomasia, la Bibbia. Per rivolgersi a Dio, infatti, le parole più appropriate sono quelle che Dio stesso, con la sua rivelazione, mette sulla bocca dei credenti e degli oranti. Ora, la Chiesa Cattolica ha assunto per la sua vita, per la sua preghiera e per la sua dottrina la Vulgata, ossia l’edizione latina della Bibbia, diffusa da Gerolamo nel IV secolo e poi rifatta dopo il Concilio di Trento.

3) E veniamo così all’ultima parte di questa relazione. Stabilito che il latino è un patrimonio immateriale dell’umanità e che, tra le sue espressioni, vi sia il latino liturgico in quanto il latino è una lingua sacra, vorrei affrontare una domanda che sicuramente è nata in ciascuna di noi: non ha forse la Chiesa Cattolica abbandonato l’uso del latino nella celebrazione della liturgia, con l’introduzione delle lingue nazionali, seguita alla riforma liturgica postconciliare? Il problema è complesso. Presento tre elementi che aiutano ad affrontare correttamente tale problema.

Anzitutto, va ricordato che i Padri del Concilio Vaticano II ammisero un uso limitato e ragionevole delle lingue nazionali che avrebbero dovuto coesistere accanto al latino (5). I motivi per i quali questa raccomandazione non sia stata rispettata ma stravolta saranno chiariti dagli storici.

In secondo luogo, tutte le editiones typicae dei testi liturgici sono in latino e i testi in lingue nazionali sono traduzioni dell’originale latino, operazione molto delicata perché è in gioco la fede della Chiesa, al punto che la Santa Sede avoca a sé il diritto/dovere di approvarle, prima di introdurle nella pratica. E sugli infiniti problemi delle traduzioni, vorrei fare due esempi. Al principio della Messa, sia nella forma ordinaria sia in quella straordinaria, si recita il Confiteor, pur se con alcune non irrilevanti variazioni tra l’una e l’altra. Questa bellissima preghiera si conclude con un appello del fedele alla Chiesa celeste e a quella militante di pregare a suo favore per ottenere il perdono dei peccati. In latino si dice: Ideo precor … orare pro me ad Dominum Deum nostrum. La traduzione in lingua italiana dice: “Supplico di pregare per me il Signore Dio nostro”, quella inglese “to pray for me to the Lord our God”. Eppure, in quel ad seguito dall’accusativo non è contenuto solamente il significato della direzione impressa alla preghiera, significato più comune nel tardo latino. Ad e l’accusativo, in dipendenza di un verbo che non indica movimento, come appunto confiteor, significano anche e principalmente “alla presenza di”. Quando si recita ilConfiteor, insomma, ci mettiamo dinanzi a Dio perché nella Messa siamo realmente davanti a Lui, come peccatori, tutti quanti, e invochiamo il suo perdono perché siamo al cospetto di Colui che per perdonarci ha subito la Passione e la Morte: anche la posizione del Crocifisso ci aiuta ad assumere questo orientamento interiore. Ancora più sorprendente la traduzione in lingua italiana delle parole della consacrazione del Calice. ACCIPITE ET BIBITE EX EO OMNES: HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI NOVI ET AETERNI TESTAMENTI. La traduzione del Messale italiano dice: “Questo è il sangue per la nuova ed eterna alleanza”, un complemento di fine e non di specificazione. La traduzione è assolutamente inadeguata: al posto di un genitivo oggettivo-costitutivo, (questo è il sangue che “fa”, crea, costituisce la nuova e definitiva alleanza) c’è un ben più debole complemento “per la nuova ed eterna alleanza”. In questo punto, la lex orandi non corrisponde più alla lex credendi.

Infine, il Magistero supremo della Chiesa non ha mai cessato di incoraggiare l’uso della lingua latina anche nella liturgia rinnovata. In questo senso, l’esempio e l’insegnamento del Papa emerito, Benedetto XVI, sono stati luminosi. Tuttavia, vorrei ora proporre delle riflessioni su quella forma di celebrazione della Messa in cui l’uso della lingua latina è rimasto intatto ed integrale, la cosiddetta “forma straordinaria” del rito romano, secondo il Messale dell’anno 1962, che, con il Motu proprio Summorum Pontificum, è stato restituito alla Chiesa e che un numero di fedeli e di sacerdoti, per quanto estremamente esiguo rispetto alla maggioranza, ha adottato stabilmente (6).

La Messa tridentina – e così possiamo chiamarla – accentua molto la sacralità dell’azione perché è un atto di fede che potremmo così sintetizzare: Dio è presente in modo realissimo attraverso la consacrazione delle specie eucaristiche e nella Messa si rinnova in modo incruento il sacrificio del Calvario. Di fronte ad un evento tanto sublime, al sacerdote e ai fedeli viene chiesto di coltivare un atteggiamento di intima e convinta adesione, di silenziosa adorazione, di umile accoglienza, di preghiera raccolta. La lingua latina, in quanto lingua sacra, si addice sommamente ad esprimere quest’atmosfera. Christine Mohrmann, già citata, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre solo un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. Del resto, quasi tutte le grandi religioni adottano una lingua diversa da quella dell’uso quotidiano per gli atti di culto. Lo ricordava anche il Cardinale Ranjith in un’intervista di qualche anno fa: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (7). In un convegno, tenutosi a Pavia poco più di un anno fa, don Marino Neri, appassionato cultore della Messa tridentina, ha spiegato che il Latino introduce meglio al mistero, al momento in cui l’Altro per eccellenza si comunica sensibilmente a noi. L’alterità, espressa da luoghi, gesti, abiti “altri”, passa anche attraverso il “principe” dei segni, la parola, che non media solo significati destinati all’intelletto, ma conduce l’astante al rapporto personale religioso, che si nutre di segni. Si tratta né più né meno di un principio formulato da San Tommaso d’Aquino, il teologo che dice le cose più ragionevoli che io conosca: “Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono”. (8)

Alla sacralità del rito tridentino, potentemente ed efficacemente manifestata dall’uso del latino, lingua ieratica, si aggiungono altre caratteristiche in armoniosa simbiosi e che rendono la forma straordinaria del rito romano un’autentica esperienza mistica. Ne ricordo velocemente tre, ben note a coloro che vi hanno partecipato qualche volta o che abitualmente assistono alla Messa antica. Anzitutto, l’orientamento ad Deum, favorito dalla posizione assunta dai fedeli e dai celebranti che, spezzando il circolo un po’ autoreferenziale del guardarsi reciprocamente, volgono lo sguardo verso il Crocifisso, maestoso e semplice nel messaggio salvifico che trasmette: il Sangue di Cristo, sparso cruentamente sul Calvario, viene incruentemente effuso sull’Altare dove si rinnova il Santo Sacrificio. In secondo luogo, lo spazio dato al silenzio che avvolge discretamente l’intero svolgimento del rito, dalle apologie del sacerdote alla recitazione del Canon Missae, per dare risalto alla contemplazione e all’assimilazione intima del significato dei gesti compiuti e delle parole pronunciate. Infine, l’importanza della gestualità che, nella logica del simbolo, riassume l’antropologia cristiana, invitando i fedeli ad essere frequentemente in ginocchio per riconoscere la loro condizione creaturale di fronte al Creatore che li ama e li salva, e che nessuna dimensione della vita dell’uomo tralascia, neppure gli affetti diretti verso quell’Altare, figura eloquente di Cristo, vittima, sacerdote ed altare, che ripetutamente il sacerdote bacia delicatamente.

Concludo con un esempio della bellezza del latino liturgico, porzione non indifferente di questa lingua “patrimonio immateriale dell’umanità”. È una preghiera che il sacerdote pronunzia sommessamente alla fine della Messa, prima di impartire la benedizione finale, purtroppo scomparsa nella forma ordinaria del rito romano. Essa recita in tal modo:

Placeat tibi, sancta Trinitas, obsequium servitutis meae: et praesta; ut sacrificium, quod oculis tuae maiestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
In questa preghiera Cielo e terra si uniscono nelle parole del sacerdote, la Trinità invocata al principio della preghiera, i fedeli tutti per i quali il sacerdote prega e lavora. Si alternano il congiuntivo, placeat, e l’imperativo, praesta, che sono i modi verbali della preghiera cristiana: quando parliamo a Dio esprimiamo umilmente una speranza, ed ecco il congiuntivo, ma osiamo anche chiedere fiduciosi, nel nome del Figlio, ed ecco l’imperativo. Le richieste sono espresse ordinatamente: anzitutto la gloria di Dio ed ecco la proposizione ut sacrificium sit acceptabile, e poi la salvezza delle anime, sit propitiabile, la stessa disposizione dell’Oratio dominica, del Padre nostro. Le preghiere sono espresse in un elegante parallelismo, ma esso viene, per così dire, deviato da un ablativo assoluto, cioè da quella costruzione tipica della lingua latina, che esprime le circostanze che accompagnano il racconto di un fatto o l’enunciazione di un pensiero. Quell’ablativo assoluto, che esce dalla struttura parallela, si impone allora come una luce che illumina tutta la preghiera: te miserante, proprio le parole del motto scelto dal Papa Francesco. La misericordia delle Tre persone della Santissima Trinità, il messaggio imperituro del Vangelo che l’attuale Sommo Pontefice ci sta ricordando incessantemente e che la Messa tridentina, ridonataci da Benedictus Magnus, ci lascia alla conclusione di ogni sua celebrazione!

Roberto Spataro
Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
Università Pontificia Salesiana

(2) Cf. I. Calvino, Perché leggere i classici, Milano 1995.
(3) Cf. R. Spataro, Hortensius vel Sapientia veterum a Christifidelibus tradita, Grottaminarda (Av), 2014, p. 81.
(4) U. M. Lang, Il latino come lingua liturgica del Rito Romano.
(5) Cf. Sacrum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Sacrosanctum Concilium, n. 36 §1, in Constitutiones, Decreta, Declarationes, cura et studio Secretariae Generalis Concilii Oecumenici Vaticani II, Typis Poliglottis Vaticanis, MCMLXVI, p. 22.
(6) Benedictus XVI, Litterae Apostolicae Motu proprio datae Summorum Pontificum (07.07.2007).
(7) M. Politi, Liturgia. Perché Ratzinger recupera il ‘sacro’, in “La Repubblica”, 31 luglio 2008, p. 42.
(8) Summa Theologiae III, 64, 2 (Ed. Leonina).
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“La bellezza salverà il mondo”. Conferenza a Roma

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TUTTI A ROMA CON IL CNSP!

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Orari estivi delle S. Messe al Poggetto (Ferrara)

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Vespero votivo solenne a Padova

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TUTTI A ROMA CON IL CNSP!

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III PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE DEL

POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM

ROMA – NORCIA, DAL 24 AL 26 OTTOBRE 2014

 

TUTTI A ROMA CON IL CNSP!

Il CNSP è lieto di proporre a tutti i pellegrini italiani il programma di viaggio per partecipare al III Pellegrinaggio Internazionale del Populus Summorum Pontificum che si terrà a Roma e Norcia dal 24 al 26 ottobre 2014. Per cercare di soddisfare le esigenze di tutti, il programma prevede diverse opzioni.

I. A Roma in bus Gran Turismo

da Genova – Torino – Milano – Verona -Brescia – Bergamo – Bologna

Sistemazione in Istituto religioso zona Vaticano

Colazione e cene incluse: € 195,00 a persona in camera doppia (supplemento singola: € 30,00)

Sistemazione in Hotel 3*** zona Termini

Colazione e cene incluse: € 240,00 a persona a persona in camera doppia (supplemento singola: € 50,00)

La quota comprende: Bus G.T. a disposizione per gli spostamenti come da programma del pellegrinaggio (dalla Via Crucis di venerdì 24 ottobre fino alla Messa Pontificale di Norcia del 26 ottobre), tasse ingresso Roma, Parcheggi, sistemazione in Hotel / Istituto religioso per due notti (24 e 25 ottobre) con trattamento di colazione e cena.

NB: Il trasporto in bus G.T. potrà essere confermato solo da quelle città di partenza in cui si raggiungerà il numero minimo di 30 partecipanti

 

II. A Roma con mezzi propri

Solo soggiorno:

per ogni notte presso Istituto religioso zona Vaticano (comprensivo di cena e colazione): € 55,00 a persona in camera doppia (supplemento singola: € 15,00)

per ogni notte presso Hotel 3*** zona Termini (comprensivo di cena e colazione): € 70,00 a persona in camera doppia (supplemento singola: € 25,00)

 

III. Da Roma a Norcia e ritorno il 26 ottobre

Trasferimento in Bus da Roma Termini a Norcia a/r in giornata: € 35,00

Per evidenti ragioni organizzative (legate alla disponibilità alberghiera), è necessario iscriversi ENTRO IL 20 GIUGNO 2014. Il trasporto in pullman potrà essere confermato solo da quelle città di partenza in cui si raggiungerà il numero minimo di 30 partecipanti. PER OGNI INFORMAZIONE, CHIARIMENTO, RICHIESTA PARTICOLARE, E PER ISCRIVERVI!, VI PREGHIAMO DI CONTATTARE DIRETTAMENTE L’AGENZIA NITORIN di Piacenza (v. Morigi 75, Piacenza; tel. 0523/716510; fax 0523/716494; email nitorin@tin.it

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