Don Roberto Spataro a Lecce. La Messa Vetus Ordo per una “Chiesa in uscita”

Pubblichiamo la relazione di don Roberto Spataro al convegno “La Messa in latino per una Chiesa in uscita?” tenutosi lo scorso 20 marzo a Lecce.

L’incontro è stato organizzato da UNA VOCE ITALIA che sin dal 1964 opera per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana e che autorizzando la costituzione della “Sezione di Lecce”, ha voluto accogliere tra le sue fila il gruppo di fedeli che ormai da sei anni a Lecce opera per la celebrazione regolare della Messa antica e che da pochi mesi ha anche ottenuto l’avallo della Curia leccese. Hanno collaborato all’organizzazione il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, la Scuola Ecclesia Mater e l’Associazione ex-Allievi Marcelline di Lecce.

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Lecce, 20.03.2015

Gentilissime Signore, Distinti Signori, Cari Amici,

sono molto grato agli organizzatori di questo raduno. Sono onorato per l’invito ricevuto. Il nostro incontro si tiene a Lecce, una delle capitali dell’arte e della cultura del Sud dell’Italia, sede di un vivace coetus Summorum Pontificum, ove opera il coordinatore nazionale, il dott. Capoccia, alla cui intraprendenza dobbiamo le splendide giornate del pellegrinaggio dell’ottobre 2014, alla presenza dei “grandi cardinali” apprezzati dal grandissimo Pontefice emerito. Questo genere di incontri ci aiuta a riflettere sulle ricchezze spirituali della Messa Vetus Ordo, quell’autentico tesoro di dottrina e di pietà che Benedetto XVI ha restituito alla Chiesa intera perché essa possa svolgere la sua missione nella storia: dare gloria a Dio ed essere strumento della Grazia per la salvezza delle anime.

         La riflessione che intendo condividere muove da una considerazione che, credo, non sfugge a nessuno di noi o che, forse, è stata oggetto di obiezioni da parte di coloro che guardano con scarsa simpatia al Vetus Ordo. Si tratta di una provocazione che potremmo formulare in questo modo: la forma straordinaria della liturgia romana è anacronisticamente avulsa dall’attuale clima ecclesiale, segnato dal Pontificato di Francesco che sta sollecitando la Chiesa ad intraprendere, senza esitazioni e ripiegamenti, una coraggiosa svolta pastorale verso le periferie del mondo le cui povertà richiedono scelte ben diverse da quelle di una ritualità antica e incomprensibile alla sensibilità moderna. Anzi, proseguono alcuni nella loro valutazione della liturgia tridentina, tra il Magistero del Papa attuale e i gruppi che promuovono la Messa in latino c’è una distanza che non può essere colmata. Per sentire cum ecclesia, bisognerebbe, dunque,  rinunciare alla liturgia antiquior.

Io sono di parere diverso. Ritengo, infatti, che anche la nostra Messa tridentina rappresenti una risorsa per realizzare il programma che il Sommo Pontefice ha esposto nel documento fino ad oggi più rilevante ed autorevole del suo magistero, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, sintetizzato nell’espressione, oramai molto nota, “Chiesa in uscita”. Che cosa si intenda per “Chiesa in uscita” è illustrato al n. 29 dall’EG:

La Chiesa in uscita è la comunità dei discepoli che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.

A questa citazione ne va aggiunta un’altra, tratta da un passaggio precedente a quello già ricordato, in cui Francesco spiega che le azioni dei discepoli sopra descritte e che costituiscono il movimento della Chiesa in uscita altro non sono che la metodologia di ciò che definiamo evangelizzazione e missione. Qui si spiega che si prende l’iniziativa, si coinvolge, si accompagna, si fruttifica e si festeggia perché c’è un contenuto da trasmettere: il Vangelo!

L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Oggi in questo “andate” di Gesù sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria.

Chiesa in uscita significa, pertanto, né più né meno che Chiesa missionaria per evangelizzare i popoli e le loro culture che oggi presentano molteplici scenari e pongono numerose sfide. La Messa in latino si inserisce bene in questa “ecclesiologia in uscita”. E questo per tre motivi che vorrei illustrare.

  1. Anzitutto per un motivo dottrinale. Una volta in uscita, dopo aver raggiunto le periferie esistenziali, la comunità dei discepoli, pronta a testimoniare, pronta ad accompagnare, pronta a festeggiare, non si presenta con le mani vuote. Consegna agli uomini e alle donne che incontra il suo tesoro più prezioso, la sua stessa ragion d’essere: la fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Lo ha ricordato il Sommo Pontefice attraverso le parole del mandato missionario di tutti i tempi: Insegnate ad osservare loro tutto ciò che io vi ho comandato. Cari Amici, la Messa Vetus Ordo è una summarium degli insegnamenti e dei comandamenti di Nostro Signore. Quali sono i due misteri principali della fede, chiedeva l’intramontabile catechismo di san Pio X? Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione, Morte di Gesù Cristo. La Messa VO attraverso la sua ritualità, fatta di gesti e di parole, è un dialogo che parte dalla Santissima Trinità e alla Santissima Trinità ritorna. A tal proposito, faccio un esempio. Nelle orazioni sacerdotali, per due volte, il sacerdote si rivolge esplicitamente alla Santissima Trinità, a conclusione dell’offertorio, quando implora le Tre persone divine di accogliere l’offerta presentata in memoria della Passione e Glorificazione di Gesù Cristo e in onore di Sua Madre e dei santi: Suscipe, Sancta Trinitas, hanc oblationem … Alla fine della Messa, il sacerdote supplica la Santissima Trinità di accogliere l’offerta che il Figlio ha rinnovato. E come potrebbero le Tre persone divine rifiutare quel dono propiziatorio di Gesù Cristo: Placet tibi, Sancta Trinitas, hoc obsequium servitutis meae …? Purtroppo, queste due orazioni sono scomparse nel Novus Ordo, anzi, nell’Ordinario della Messa, non viene mai menzionata la Santissima Trinità. Curioso, vero? Anche il secondo mistero principale della fede è richiamato costantemente nella celebrazione in forma straordinaria. Che cosa vedono i fedeli che assistono a questa Messa? Vedono fisicamente un Crocifisso che raffigura la Seconda persona della Santissima Trinità, Colui che si è incarnato e ha patito per la nostra salvezza. Davvero la lex credendi trapassa con luminosa semplicità nella lex orandi. Quegli insegnamenti divini che costituiscono il contenuto dell’evangelizzazione della Chiesa in uscita sono presentati, dunque, nella Messa VO, nella loro integralità ed essenzialità. Potremmo moltiplicare gli esempi per mostrare come la Messa tridentina, in sé e per sé, sia una sorta di catechismo per tutti, credenti evangelizzatori e non credenti da evangelizzare. L’impianto storico-salvifico, creazione, peccato, incarnazione redenzione, grazia, gloria e vita eterna, sono riassunti nelle preghiere, basti pensare alle parole, che riprendono l’insegnamento non di un perito liturgico postconciliare, per quanto bravo, ma dei Padri della Chiesa, della statura di un San Leone Magno, quelle che il sacerdote pronunzia al momento dell’infusione dell’acqua nel calice: Deus qui dignitatem humanae substantiae mirabiliter condidisti [creazione] et mirabilius reformasti [redenzione], da per huius vini et acquae mysterium ut eius divinitatis efficiamur consortes [divinizzazione o vita della grazia] qui humanitatis nostrae fieri dignatus est [incarnazione]. Ed il dramma del peccato non è plasticamente ed esistenzialmente rievocato nella gestualità del Confiteor, mentre ci si inginocchia, si batte il petto, si ripetono le parole e si attendono quelle liberatorie del sacerdote, anch’esse infelicemente abolite dal NO: Indulgentiam, absolutionem, remissionem peccatorum tribuat vobis Omnipotens et Misericors Deus? Sembrano un’eco delle parole del Santo Padre, che ci ripete sempre: Dio è buono, indulgente, misericordioso! Nel Canone Romano, poi, il sacerdote chiede al Padre per noi e per quelli ai quali ci rivolgiamo nei nostri percorsi in uscita, dopo tanto cammino, di farci arrivare alla meta della strada fatta, di uscire tutti da questo mondo, per passare bene l’esame finale, l’unico giudizio del quale dovremmo preoccuparci, anche se serenamente, perché la Madonna, la cui intercessione è spesso ricordata nella Messa antica, prega per noi: ab aeterna damnatione nos eripi et in electorum tuorum iubeas grege numerari. “Uscite, fratelli”, ci chiede il Papa, “evangelizzate”, “insegnate” ciò che il Divino Maestro ci ha comunicato. E mentre, in filiale atteggiamento di obbedienza al Santo Padre, idealmente chiudiamo la porta delle nostre chiese per uscire ed affrettarci verso la gente, i popoli, le culture da evangelizzare, con noi portiamo il Messale, quello che i fedeli, in edizioni bilingue e tascabili, sfogliano quando assistono al Santo Sacrificio, e che, pertanto, conoscono quasi a memoria: è quello il nostro Catechismo preferito.

Inoltre, vorrei aggiungere un’altra rapida considerazione. Mentre il NO ha introdotto il sacrosanto principio dell’adattamento del rito alle esigenze pastorali della comunità, ha, involontariamente, prestato il fianco ad una ferita che purtoppo è stata inferta e con serie conseguenze: ha permesso che sacerdoti e altri animatori liturgici, incuranti della distinzione tra ciò che non deve mai essere modificato e ciò che può esserlo, introducessero elementi del tutto estranei alla lex credendi. In nome della creatività liturgica, sebbene sia meglio parlare di adattamento, possono essere incautamente insegnati errori dottrinali, anche molto gravi. La forma straordinaria, invece, custodisce nello scrigno intangibile della sacralità la purezza della dottrina cristiana. Perché privare gli uomini e le donne che hanno il diritto di ricevere l’autentica fede cristiana, delle ricchezze, dei tesori della scienza e dalla sapienza divina? In tal modo, non si tradisce il mandato missionario per portare, in un’uscita temeraria, non più la fede della Chiesa, ma opinioni personali?

  1. Secondo motivo. È di natura spirituale e riguarda gli evangelizzatori, coloro che escono, per rimanere fedeli all’immagine adoperata da Papa Francesco. Egli stesso ha parlato di “scenari” che contengono “sfide” che si oppongono al Vangelo. Qualche volta, le ha chiamate per nome con doverosa severità. Ricordiamole, sia pur con rapidissime pennellate, anche noi. Da una parte c’è il relativismo antropologico e morale che non ammette nessuna verità oggettiva. Esso tende ad evolversi e ad imporsi in quella sorta di dittatura del pensiero unico, denunciato da Papa Benedetto nella memorabile Messa pro eligendo pontifice del 2005. I credenti che escono e raggiungono questo scenario, prevalente nel mondo occidentale, sazio e disperato, si scontrano con indifferenza, marginalizzazione, derisione. Pertanto, a volte, il nichilismo contemporaneo, che attanaglia le reti della comunicazione e le centrali decisionali del mondo della finanza e della politica, impone una specie di martirio bianco. È quello al quale siamo esposti noi. Alle periferie, invece del mondo orientale, soprattutto laddove impera il radicalismo islamico, cioè l’Islam maggioritario, i credenti, non solo in uscita, ma anche quelli che prudentemente rimangono a casa loro, subiscono un martirio cruento o semi-cruento, fatto di vessazioni di vario genere. Secondo statistiche affidabili, i numeri sono raccapriccianti: ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso. Da qualche anno, il vocabolario ha accolto una new entry, dal suono sinistro: cristianofobia. La Chiesa in uscita del XXI secolo è una Chiesa martiriale. Dispiace che anche pastori con alte responsabilità o intellettuali cattolici cui non mancano vaste platee, nel disegnare a modo loro il profilo di quella che, con espressione un po’ discutibile, definiscono la “Chiesa di Francesco”, dimentichino questo dramma che dovrebbe avere un’assoluta priorità nell’insegnamento e nell’azione della Chiesa in uscita. Bene, la Messa VO – lo sappiamo bene – non è quell’happening festaiolo a cui talvolta viene penosamente ridotto il Sacrificio di Cristo sull’altare. È la Messa in cui misticamente tutti saliamo sul Calvario e non per un’amena passeggiata. Ci immergiamo in una storia di persecuzione, quella dell’Innocente per eccellenza, il suo Sangue viene effuso, la Sua Passione si rinnova, il Martire capofila di tutti i martiri, si immola sull’Altare. I credenti sono così esortati, ammoniti, preparati ad affrontare il martirio, bianco o cruento che sia. La Messa VO è una scuola di evangelizzazione. Lo è non perché propone corsi di teologia per laici, svolti magari da seriosi professori in clergyman pronti a presentare i theologumena di un esponente della teologia à la page. È una scuola di evangelizzazione perché dispone i missionari in uscita ad affrontare a misurarsi con quel mondo che dai tempi del Prologo di San Giovanni, non a caso proclamato in ogni Messa tridentina, rifiuta la luce, rimane nelle tenebre dell’errore e della violenza, e combatte il Vangelo, non metaforicamente ma crudelmente. La Chiesa in uscita è una Chiesa militante, come si diceva una volta, e, che anche se non si dice più, esiste sempre, come sanno bene i nostri fratelli perseguitati per la fede.
  2. Terzo motivo. È di tipo pastorale. La Chiesa in uscita, secondo l’EG, opera una conversione pastorale. Come tutte le espressioni concise di Papa Francesco, essa merita una spiegazione ulteriore. Mi pare che si dia un’interpretazione autentica del pensiero e delle intenzioni del Santo Padre, se intendiamo la conversione “pastorale”, come l’assunzione di una prospettiva, nell’azione ecclesiale, che parta da e si confronti costantemente con i bisogni psicologici, morali, spirituali della gente, ferita dalle pene della vita, e della vita di oggi. È in fondo né più né meno che l’attegiamento del Buon Pastore che si commuove dinanzi alla folla perché quella gente era simile a “pecore senza pastore’. E per rimanere nell’alveo dell’immagine evangelica, è interessante notare ciò che il Cristo Buon Pastore decide di fare, all’odore di quelle pecore abbandonate e ferite. L’evangelista riferisce che “si mise ad insegnar loro molte cose”. Cioè offre quell’alimento sano e nutriente che non sono né emozioni né esperienze, è la buona dottrina perché il Buon Pastore è il Buon Dottore, e il Buon Dottore è il Buon Pastore, lo stesso che insegnerà l’indissolubilità del matrimonio. Coloro che, nelle scelte pastorali e disciplinari, di fatto, oppongono dottrina e pastorale non agiscono secondo la metodologia del Buon Pastore. Bene, che cosa c’entra tutto con la nostra Messa? C’entra e come! Infatti, i pastori, oggi, per venire incontro alle esigenze delle pecore ferite, che cosa possono offrire? La loro simpatia, la loro pietà, il loro ascolto, la loro solidarietà? Certo, anche questo, ma è troppo poco! I pastori possono e devono offrire la Grazia divina! La Grazia! Che meravigliosa realtà! Il Vangelo ne parla per la prima volta nella scena più dolce che ci abbia trasmesso: l’Annunciazione a Maria Santissima, la piena di grazia. Se c’è la grazia divina, ecco, a Nazareth come in qualsiasi altro luogo della storia ove la libertà umana si apre a Dio, il Verbo divino opera nella potenza dello Spirito Santo, con la cooperazione della Madre di Dio, e vita, e luce, e consolazione, e pace, e purezza, e santità, e doni e perfezioni, e virtù e frutti, inondano l’anima umana. Ebbene la grazia divina ci viene offerta principalmente e ordinariamente attraverso l’economia sacramentale, di cui la Santa Messa è fonte e culmine, fulcro e motore, perché il Cuore eucaristico del Signore continua ad effondere i suoi tesori, “sangue ed acqua”, annota l’evangelista Giovanni. Non voglio certamente affermare che la Messa VO abbia questa esclusiva e che la forma ordinaria non sia erogatrice abbondante di grazia. Assolutamente no! Tuttavia, la Messa tridentina genera, per così dire, una cultura liturgico-spirituale che esalta l’azione della Grazia. Infatti, mentre nella Messa nella forma ordinaria, si dà risalto alla partecipazione esteriore dei fedeli e del ministro, si interpreta l’actuosa participatio anche come una gestualità pluriforme, e, dunque, si esprime ritualmente un certo protagonismo umano, nella Messa antica, ogni parola e ogni silenzio, ogni gesto e ogni rito, sono dilatati ed elevati in e da una tensione davvero soprannaturale che possa creare uno spazio umano, un allargamento dell’anima e delle sue facoltà, come il seno purissimo di Maria Vergine e il suo Cuore Immacolato, per accogliere la Grazia. Dio è il protagonista, anzi l’unico attore e la grazia viene effusa copiosamente per essere umilmente ricevuta, accolta, custodita, fruttificata. “Fruttificare”: proprio il termine usato da Papa Francesco nel descrivere la Chiesa in uscita. La Grazia sana, la Grazia guarisce, la Grazia rinnova: questa è la medicina somministrata nell’ospedale da campo.

Cari Amici, l’attuale Pontefice sembra suscitare tanto entusiasmo nella maggior parte dei fedeli. I Pastori, a vari livelli, oltre a citare le espressioni che egli adopera e che indubbiamente hanno un’efficacia comunicativa notevole, stanno realmente e seriamente traducendo in scelte concrete questo invito all’evangelizzazione e alla missione perché – come recita EG, 24 – gli uomini e le donne del nostro tempo, nei vari scenari della storia e della geografia, ricevano gli insegnamenti e i comandamenti di Nostro Signore? Non sono certamente in grado di rispondere. Tuttavia, soprattutto laddove le risorse sono molto esigue, oserei chiedere ai nostri Pastori di investire sulle ricchezze dottrinali, spirituali, pastorali della Messa VO e di quella forma fidei et caritatis che la Tradizione, di cui la Messa tridentina è il gioiello più prezioso, offre perché la Chiesa in uscita oggi e ieri, sin da quando il Verbo divino si è mosso dal Cielo per abitare il grembo immacolato di Maria e lo Spirito Santo ha infuocato il cuore degli Apostoli con la sua Pentecoste, sia segno e strumento di salvezza. È stata questa la Messa di zelanti missionari, di confessori intrepidi, di venerabili pastori, di martiri coraggiosi, insomma di una Chiesa autenticamente “in uscita”.

Nec plura. Dixi. Gratias

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